Caro Galasso, (nun) scurdammece ‘o passato del Risorgimento
By Adriano on Sunday, December 23 2007, 21:22 - Idee - Permalink
Non torno spesso nel mio Sud. Ma quando capita – come durante questa pausa natalizia – non posso non osservare la realtà, spesso fatiscente, che attanaglia le menti. I mali della mia terra non si riducono al racket e alla Camorra, all’apatia della pubblica amministrazione e alla fuga dei cervelli. C’è di più. Mi riferisco all’incoscienza storica.
In un articolo dello storico Giuseppe Galasso, pubblicato oggi sul Corriere del Mezzogiorno, l’autore lamenta lo scarso interesse registrato, nell’anno che si chiude, per il bicentenario della morte di Giuseppe Garibaldi, uno dei principali artefici dell’unità d’Italia. Galasso punta il dito contro “l’ennesima giaculatoria borbonica” fustigando una pretesa alterazione del passato, nell’odierna società meridionale, volta a demonizzare il Risorgimento accusato, tra l’altro, di aver frenato lo sviluppo del Sud, “trattato come paese vinto” dai Savoia. Il celebre storico conclude sperando che “nasca una coscienza europea che sciolga i nodi irrisolti delle storie nazionali europee di cui la questione meridionale italiana è certo uno dei casi massimi”. Insomma, “basta piangerci addosso” – sostiene Galasso – “scurdammece ‘o passato; pensiamo al futuro”.
Benissimo. Ma non ci sembra proprio che nel Sud Italia si sia arrivati a un eccesso di memoria storica. Anzi. Nelle scuole nostrane si insegna ancora l’Unità come la chiave di volta del destino nazionale, l’inizio delle magnifiche sorti e progressive, il trionfo della ragione sulla barbarie borbonica.
La realtà è un’altra. Il Regno delle Due Sicilie dell’Ottocento poteva vantarsi della prima tratta ferroviaria d’Italia e dei primi scavi archeologici al mondo. Era l’unico Stato del Vecchio Continente senza coscrizione e viveva di un commercio florido coi paesi del Mediterraneo. Napoli era la terza città d’Europa per popolazione e vita intellettuale e, non a caso, aveva visto scoppiare la prima “rivoluzione francese” nel 1799 guidata – udite, udite – da una donna (Eleonora Pimentel Fonseca).
Cosa portò l’Unità d’Italia del 1861? Barriere tariffarie con l’estero per servire gli interessi dell’industria pesante piemontese – e che avrebbero schiacciato l’economia del Sud, prima apertissima al commercio estero. Una pressione fiscale estenuante che avrebbe raggiunto il suo acme con la tassa sul macinato del 1868. Un servizio militare obbligatorio di cinque-anni-cinque che avrebbe spinto orde di giovani verso il brigantaggio. Migliaia di soldati del nuovo Regno che non parlavano le lingue del Meridione e che, con la Legge Pica del 1863, applicarono la legge marziale per sedare le rivolte anti-Savoia. Per non parlare del fenomeno controverso dei campi di concentramento per meridionali.
Insomma l’Unità mise in moto una spirale ottusa di odio, sottosviluppo sociale e depressione economica che diede vita all’emigrazione di massa, alla mafia e alla “questione meridionale”.
Non si tratta di cedere a facili nostalgie e rimpiangere il regno borbonico. Ma di prendere coscienza della nostra storia. Anche perché le nuove generazioni possano giocare un ruolo fondamentale nel nostro tempo.
E l’Europa? Non possiamo non concordare con Galasso: la coscienza europea è fondamentale per rilanciare il Sud Italia. E in qualità di fondatore del primo media paneuropeo, cafebabel.com, non potrei dire il contrario. Nel resto del Vecchio Continente, però, - penso alla Catalogna, alla Corsica o alla Bretagna – essa non serve a dimenticare il passato. Ma a contestualizzare, riconoscere i mali della nostra storia – fatta anche di sangue, repressioni e intolleranza – per poter ripartire su basi nuove. Bisogna valorizzare le lingue e le culture locali e immaginare nuovi equilibri transnazionali capaci di archiviare l’esperienza ormai anacronistica dello Stato Nazione. E costruire un’Europa della diversità protesa verso il futuro. E cosciente della sua storia.
Comments
Hai ragione....
"valorizzare le lingue e le culture locali"
ciao
Mi trovi d'accordissimo con te. Sono napoletana, vivo in catalogna e ogni girno mi chiedo "e se la l'Italia non si fosse unita?"intendiamoci, non sono né partidaria di Leghe divisorie, né una neoborbonica, ma sono cosciente di quello che c'era prima e di quello che c'è adesso.
Come linguista, a dir la verità, è l'aspetto legato alla lingua che mi preme più di ogni altra cosa: sapere che il napoletano si perderà (se non è già accaduto), dato che quello che si parla per le strade è una lingua nefasta e cacofonica, mi riempie di tristezza e anche di rancore.
In Italia è stata stata fatta una politica di appiattimento linguistico assurda, forse l'unico modo per dare un senso d'unità al paese, ed il popolo, per varie ragioni, non ha capito che perdere la propria lingua significava perdere anche la loro storia. Forse non ci si può riprendere più nulla, almeno, però, si potrebbe cercare di non dimenticare, come ben dici.
Benvenuta su Eurogeneration, Rossella e grazie per il tuo prezioso contributo. Da linguista potresti spiegarci le differenze tra la politica linguistica messa in atto dall'Italia unitaria e quella sviluppata dalla Spagna e dal Governo della comunità autonoma della Catalogna? Alla basa, storicamente, il catalano era forse "più lingua" del napoletano (te lo chiedo)? Oppure è una questione davvero di politica? Un dato per tutti: l'80% delle lezioni nelle università di Barcellona sono fatti in catalano.
Grazie per la calda accoglienza, Adriano. La domanda che mi fai potremmo dire che mira proprio al cuore di un problema linguistico che in Italia è quasi ignorato. Ti rispondo con una frase di un importante militare francese che, già ai tempi della I guerra mondiale, aveva capito come sarebbero andate le cose: "Una lingua è un dialetto che possiede un esercito, una marina ed un'aviazione".
A livello linguistico nessuna "è più lingua" di un'altra: il catalano, il castigliano, l'italiano, il francese, il napoletano...sono tutte lingue sorelle, figlie di una stessa madre che è il latino o, se vogliamo dirlo in un altro modo, sono tutti dialetti di una stessa lingua, il latino.
Non mi dilungo sui vari criteri che si utilizzano in linguistica per distinguere un dialetto da una lingua, perché tutti ci porterebbero alla stessa conclusione: un idioma che possiede una propria grammatica, una propria sintassi ed una propria letteratura ha il rango di lingua.
Purtroppo, però, come ben noti, la politica intorbidisce il tutto.
Durante la dittatura franchista il catalano, come il basco ed il gagliego, vennero vietate, perché, al vietare una lingua, si elimina automaticamente tutto ciò che alla lingua è legato (vedi storia, tradizioni, coscienza popolare); per fortuna dopo la fine della dittatura la gente aveva ancora più coscienza di quello che poteva significare per loro la propria lingua ed ha lottato, riuscendo ad oggi ad ottenere degli ottimi risultati. Il fatto, però, che la Catalogna fosse una regione ricca, aperta agli scambi commerciali e da sempre all'avanguardia ha influito non poco. Ogni anno vengono stanziati moltissimi soldi per lo studio del catalano nel mondo (io stessa ho potuto studiarlo a Napoli) ed i risultati non tardano ad arrivare.
Sfortunatamente il problema è molto più grande: ad esempio, il concetto di dialetto in tutto il mondo indica una variante di una lingua standard, sulla base della quale ha formato le proprie variazioni, (ad es. il francese delle colonie). I linguisti italiani invece (e solo loro) indicano come dialetto un idioma con una caratterizzazione territoriale, parlata nel luogo di pertinenza, a prescindere dai legami che possa avere o meno con la lingua ufficiale del territorio, e che non possiede il rango di lingua perché non utilizzato ufficialmente o in contesti prestigiosi. Quindi in Italia il problema linguistico viene (s)cambiato per un problema politico.
Basti pensare che in Italia la discriminazione e la repressione linguistica sono state applicate fin dall'unificazione. Nel momento in cui il territorio viene unificato non c'è più spazio per altre lingue: diciamoci la verità, un paese piccolo come l'Italia sarebbe stato poco credibile come nazione unita se avesse mantenuto una decina di lingue, no? È stata fatta una politica linguistica pari a quella del franchismo, con la differenza che l'Italia è ancora unita e che la gente nel frattempo ha perso coscienza della propria storia linguistica, grazie anche a delle politiche d'educazione che hanno assecondato l'assioma "1 lingua = 1 nazione".
Solo delle ultime e semplici riflessioni: il fatto che in Europa esistano tante lingue è stato forse un ostacolo per la sua unione?
Se si fosse imposto l'inglese come lingua unica, ci sarebbero state a dir poco delle sommosse popolari che avrebbero di certo portato alla distruzione come minimo della sede del Parlamento Europeo.
Se la lingua fosse stata solo una, rubriche interessanti come la "Torre di Babele", non potrebbero esistere.
Ecc...
Grazie mille Rossella, estremamente acuta quella citazione che condividi con noi alla fine...
Per i lettori di Eurogeneration che non dovessero conoscerla, la Torre di Babele è la rubrica sulle differenze linguistiche su cafebabel.com Eccone l'ultimo esempio:
http://www.cafebabel.com/it/article...