babelblogs

hosted by cafebabel.com

eurogeneration

Nasce una nuova generazione

To content | To menu | To search

European Union { Keyword }

26

09

2007

Euro, Turchia "tagliata" dalle monetine

La Turchia è europea o no? Lo scontro ai vertici delle istituzioni europee, per una volta, non si è cristallizzato in (spesso vuoti) dibattiti filosofico-geopolitici. Ma a suon di documenti PDF. All'ordine del giorno: la veste grafica dei nuovi euro dell'allargamento.

 

Da un lato, la Commissione Europea che propone di includere il paese anatolico nella "cartina" del continente (nell'immagine a destra). Dall'altro il Consiglio dei Ministri (che rappresenta gli Stati) che, discretamente, la "taglia" (nell'immagine a sinistra). Vedere (anche gli allegati) per credere.

A rivelarlo gli eurodeputati radicali Cappato e Pannella che hanno chiesto la rimozione delle monetine anti-turche dalla circolazione. Sì perché negli euro dei primi paesi membri che abbiamo tutti in tasca c'è un pezzettino di Turchia. Mentre in quelli entrati in circolazione in Slovenia, entrata in Eurolandia il 1° gennaio, la Turchia è sparita. Secondo il diktat del Consiglio. Ora i radicali chiedono di ritirare 31 miliardi di monetine da sostituire progressivamente. Riusciranno i nostri eroi...?

Ma al di là delle monetine cosa pensare dell'ingresso della Turchia nell'Ue? Per il momento nulla è deciso, i negoziati continuano e il forum di cafebabel.com si infiamma. Qui posso dire solo che durante il mio anno Erasmus ho conosciuto un caro ragazzo di Istanbul, Dogan Mert che saluto, e non posso dire che mi sentissi più lontano dalla sua cultura che da quella - chesso' - tedesca o svedese. Ragazzi, a me sembrava un po' napoletano...

Del resto, come ci racconto' Erri De Luca l'identità mediterranea spesso prevale su quella europea. Ma questo è un altro discorso... O no?

 

15

09

2007

Depressione post-Erasmus

Settembre. Tempo di arrivo per i 400.000 studenti europei che stanno piantando tenda in una delle centinaia di città universitarie teatro del progetto Erasmus. Ma anche, ahi loro, tempo di ritorno (alla routine) per i circa 350.000 che hanno vissuto, nel passato anno accademico, un'esperienza che, nella stragrande maggioranza dei casi, ti trasforma la vita. Almeno per un anno (o un semestre). Sì, perché poi si torna alle vecchie abitudini e può scattare la «depressione post-Erasmus».

Immettendo l'espressione su Google non salta all'occhio nessun sito di psicologi (o presunti tali). Ma mi sono (re)imbattuto nell'imbattibile tesi di laurea di Fiorella de Nicola sul tema «Antropologia dell'Erasmus. Partire studenti, vivere sballati, tornare uomini». Saranno gli scherzi del destino, ma io e Fiorella – ad Alicante nell'anno accedemico 2004/05 – siamo originari della stesso posto, Cava de' Tirreni. (Mi sono divertito a fare un collage delle due città. Anche bella la nostra ma Fiorella non avrebbe scritto le stesse cose se fosse partita a Helsinki?)

 

 

In ogni caso la prosa della mia conterranea è azzeccatissima quando dipinge l'ingenuità di chi vive gli ultimi giorni di un'esperienza erasmiana:

«Non ha idea che in patria lo aspetta la "sindrome del post-Erasmus". Non sa che casa sua gli sembrerà bruttissima, la città freddissima (o di un caldo insopportabile), l’università noiosissima, la tv squallidissima, gli amici scontatissimi, insomma gli verrà una depressione grande quanto un grattacielo di Kuala Lumpur. Avrà un rigetto per tutto ciò che non sia Erasmus. La sindrome la vivono tutti, però con intensità e durata differente. Ed essendo una sindrome è una condizione passeggera, qualcosa che può, anzi deve, durare un po’. Ma deve anche finire altrimenti si sfonda il muro del patetismo».

 

La sua riflessione sul senso della parola identità ci convince:

«Insomma ci aspetta un’esistenza da "disadattati", da apolidi. E non perché non abbiamo una patria (sì, quella della pomposa retorica politica). Ma perché ne avremo due. O più di due. La nostra, quella dove siamo nati e cresciuti. Quella che ci ha "adottato" per un semestre o due. Quella dei nostri amici: tedeschi, francesi, portoghesi, messicani, inglesi, scandinavi, americani, canadesi: le loro case ad Alicante erano le nostre. E per non so quale proprietà transitiva anche un po’ dei loro paesi, della loro cultura, dei loro amici è diventato, in parte, nostro. 'Sta bufala dell’identità europea non è tanto una bufala.»

 

Sarà vero? E come fare per uscire dalla depressione post-Erasmus? Eurogeneration apre il dibattito. A voi la parola, nei commenti.

Foto Pedro Prats Michael Khoo/Flickr.com

14

09

2007

Sul tetto del mondo con Martino Reggiani

Martino Reggiani l'ho conosciuto sull'onda di un'email, mandata in luglio, con un bel file pesantuccio e ricco di note musicali sulla sua esperienza Erasmus a Mulhouse, nell'Alsazia francese. In quel file c'era "Lettre aux Erasmus" ("Lettera agli Erasmus") che Coffee Factory, il blog che segue l'evolversi di cafebabel.com e la community di "babeliani" in gestazione, ha rivelato al Web. Il pezzo l'ho scelto poi per intramezzare un'intervista su Radio Uno (che potete ascoltare al 33-34esimo minuto dell'audio che troverete cliccando qui e poi su "ascolta"). Oggi Martino ha accettato di essere nostro ospite. Si parla di musica, ispirazione, vissuto erasmiano ma anche di politica. Leggere per credere.

 

Martino, benvenuto su Eurogeneration! puoi raccontarci come ti è venuta l'ispirazione per il tuo brano Sul tetto del mondo?

C’è stato un vissuto, un vissuto che ha contenuto attimi e momenti così sottili e forti, così veloci eppure così lenti ad imprimersi, e questa canzone non ne è altro che l’appendice. Poteva anche essere banale, e resta sempre comunque una lettera. Solo una lettera, e una lettera possiede per forza un corpo nostalgico. L’ho scritta dopo due anni all’estero. Avrei voluto scriverla prima, durante quegli anni. Sarebbe stato sicuramente qualcos’altro, ma forse ero troppo implicato per farlo allora, anche se devo dire, odio la crudeltà artificiale dell’intellettualismo. Non è difficile credermi, la nostalgia era presente, come un’inevitabile conseguente Stagione all’inferno passata da Rimbaud.

Puoi raccontarci qualche particolare sul modo col quale lavori di solito alle tue canzoni (strumentazione, luoghi di registrazione, musicisti...)?

Non disdegno affatto suonare assieme ad altri, anzi, lo considero un incentivo a fare le cose che non ho mai voglia di fare. Ma non riesco mai ad inventare assieme ad altri. Difficilmente accade. Non importa lo spazio, ma scrivo da solo. Alla fine ho sempre una chitarra da trascinarmi dietro, o un pianoforte ad aspettarmi (“Lettre aux Erasmus” l’ho scritta con un basso,senza sapere suonare il basso, perché dove mi trovavo non c’era altro strumento in giro. Ironico,no?). Non so dire perché è così. Bisogna stare attenti a sentenziare certe risposte. Forse perché mentre invento, leggo quello che porto scritto dietro la fronte, parole deboli per la maggior parte, più deboli di quello che c’è davanti la fronte.

Cosa ne pensi della costruzione Unione Europea? Capisci quanti in Francia come in Olanda hanno votato No alla Costituzione?

Lo capisco sì, ma non vuol dire che l’approvi. Curano i loro interessi, e purtroppo è un fatto anche troppo umano curare i propri interessi. Gli occhi degli altri sono sempre più crudeli anche perché sono più onesti. Agli occhi del resto del mondo l’Europa è “unita” solo perché sotto un potere economico, e più il potere economico si accrescerà, più le divergenze politiche si appianeranno. Questa però è una parte della realtà. L’Eurogeneration e Noi raccontiamo l’altra parte.

Questo pezzo è nato nel contesto dell'Erasmus. Un progetto straordinario, certo. E se volessimo trovargli un difetto?

Ho vissuto la mia esperienza estera come studente. Come qualcuno, quindi, che possedeva un posto da privilegiato (anche se, secondo gli standard attuali di molti, il mio modo materiale di vivere sarebbe considerato comunque miserrimo), e non ho trovato alcun difetto, se non i soliti burocratici, e quelli umani che ci portavamo dietro noi, e che durante quest’esperienza sono serviti solo ad arricchirci. Posso dirti però che un difetto potrebbe arrivare un giorno, in futuro. Più che un difetto, un rischio. L’esempio più ricco che ho colto da quest’esperienza, è stato di essere riuscito assieme ad un nutrito gruppo di gente straniera come me, a legarci tutti assieme sotto leggi e caratteri universali dello spirito umano (non parlo di quello cattolico). Tutti noi abbiamo dissolto via pregiudizi. Di questi tempi i pregiudizi sono salvaguardati dal politically-correct e da un crescente benessere, ma anche per colpa di questi, restano sempre presenti. E’ vero che l’Europa unita non è affatto unita, poiché quanti, ancora, possono dirsi, e realmente sentirsi, cittadini europei? Ma un primo lungo passo c’è stato, e il difetto potrebbe scaturire da questo. E’ una lezione che ho appreso dal “Guerriero dell’immaginario” dello scrittore martinicano Patrick Chamoiseau. Poiché tutti noi viviamo sotto l’unico pensiero veicolante dell’Europa e dell’occidente, un pensiero che tende ad estraniare ed escludere il resto del mondo. Il rischio è che un giorno quando l’Europa sarà fatta, se mai un giorno accadrà, Noi tutti ci si chiuderà a guscio dentro i nostri sistemi occidentali, creduti i soli possibili, lasciando fuori il resto del mondo, anzi questo sarebbe niente, bensì assoggettandolo come si è sempre fatto, invece di spargersi in giro con le teste ancora calde dei propri vissuti e le mani riempite di saluti.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non saprei. Forse continuare a scappare sempre dov’è “l’altro” e giocarmi la salvezza. E continuare a farlo finché è possibile.

07

06

2007

Attenti a quei due...

marina2.jpg

Strasburgo, 2001, festa Erasmus. Con Nicola Dell'Arciprete (a sinistra) sotto effetto del cibo riunionese e il sottoscritto sotto effetto delle birre alsaziane.