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28

03

2008

Depressione post-Erasmus, chi la conosce la evita

Questa settimana Eurogeneration è partner della trasmissione di Radio Uno "In Europa". Tiziana Di Simone ci ha intervistati sul tema: depressione post-Erasmus che trattavamo ampiamente nei seguenti pezzi che vi consiglio:

Ma voglio anche riproporvi quest'inchiesta realizzata dalla mia collega francese, Prune Antoine. Buona lettura (e dibattito tra i commenti)!


Sindrome post-Erasmus: sos depressione
Erasmus = feste no stop + flirt, per di più all’estero. Ma una volta rientrati, la maggior parte degli studenti vive una sorta di depressione, tra la nostalgia e l’apatia. È finita l’età dell’innocenza?

«Chi, alla fine dell’esperienza Erasmus, non sa che una volta rientrato in patria, casa sua gli sembrerà bruttissima, la città tristissima, l’università noiosissima, la tv squallidissima e gli amici scontatissimi?» A dirlo è Fiorella de Nicola, una studentessa italiana che ha dedicato la sua tesi in sociologia all’Antropologia dell’Erasmus. Le sue conclusioni su quella che chiama “la sindrome post-Erasmus” sono eloquenti.

Atterraggio turbolento

«L’anno all’estero è ricco di emozioni, incontri e scoperte continue ed è caratterizzato dalla sensazione di essere un po' "speciale"», spiega Aurélie, una ragazza di Orleans che ha passato un periodo a Newcastle. «A casa tutto torna a essere troppo semplice e vuoto, perché manca la novità, perpetua caratteristica dell’Erasmus». Juliane, partita per studiare lingue a Glasgow, rincara la dose: «Rientriamo a casa e realizziamo che tutto è esattamente uguale a quando siamo partiti. Invece dentro di noi è cambiato tutto.»
Nel 2007 l’Erasmus, il programma di scambio tra università più conosciuto dell’Ue, spegne 20 candeline e brinda al suo successo. Un milione e mezzo gli studenti che sono partiti, le università coinvolte si trovano in tutti i quattro angoli del Continente e finalmente c’è un’effettiva equivalenza dei corsi di studio in tutta Europa. Un solo lato negativo non compare nelle statistiche ufficiali: una volta chiusa la “magica parentesi”, la maggior parte degli studenti rientra triste o addirittura depressa a casa di mamma e papà e alla vita quotidiana. Che è per forza noiosa. Differenze con il proprio ambiente, difficoltà a condividere l’esperienza, idealizzazione del Paese straniero, ripiegamento su sé stessi. Questa fase di atterraggio turbolento, dopo la dolce vita passata tra fiesta e vodka può anche portare alla depressione nei casi più gravi.

«È molto più semplice partire che rientrare»

«L’Erasmus equivale a un rito di passaggio dei giorni nostri», sottolinea Christophe Allanic, psicologo clinico e specialista di espatri. «Lasciare la città d'origine, i genitori e ritrovarsi in una situazione sconosciuta con altri pari è una prova». Che, una volta superata, non deve far dimenticare la necessità di anticipare e di pensare al rientro. «È molto più semplice partire che rientrare», avverte Allanic.
«Tornare nel nido dopo aver scoperto l’indipendenza è molto peggio», dice Domenico, 28 anni, Presidente dell’Associazione studentesca “Planeteramus”. «Ovviamente si deprime di più chi vive in una piccola città e non aveva mai lasciato i genitori», aggiunge. Sono finite le serate a base di “tiramisù, tortilla e quiche lorraine”, le discussioni innaffiate dall’alcool tra polacchi e italiani o gli alloggi in stile appartamento spagnolo!
«Bisogna riabituarsi alla normalità», aggiunge Mina, 21 anni. In pratica bisogna rinunciare all'ottima scusa dell'accento straniero, alla sensazione di essere "diversi" e rassegnarsi a essere di nuovo come tutti gli altri e non più una creatura rara ed esotica.

Stranieri in patria

Lo studente, lasciato solo con la propria esperienza, finisce spesso per sentirsi straniero in patria e non riuscire a condividere l'anno all'estero in ambito famigliare. «Come si fa a raccontare un’esperienza così ricca in poche frasi buttate lì a caso?», si chiede Pauline, 21 anni, di cui uno passato in Irlanda. Per stare un po’ meglio molti studenti si rivolgono alle associazioni di ex-Erasmus, animano gli “International party” o si buttano nell’avventura dell' eurocoppia. La speranza? Quella di ricreare artificialmente un secondo momento d'oro. Agnieszka Elzbieta Dabek, segretaria generale dell’Erasmus Student Network (Esn), ammette: «Molti ex-Erasmus si propongono per partecipare alle nostre attività, per offrire consigli o organizzare serate cosmopolite. È un po' la scusa per mantenere viva la fiamma dell’Erasmus». Domenico giudica «illusoria» questa condivisione di un sentimento comune tra gli ex e i neofiti. «Alla fine, gli stranieri si chiudono nel loro gruppo, invece che aprirsi alla cultura locale».

Comunque, «questa elaborazione del lutto», tra depressione e idealizzazione è «assolutamente normale», secondo Allanic. Sempre che non duri più di qualche settimana. In realtà la malinconia del rientro non fa altro che segnare l’ingresso nell’età adulta e la perdita di un mondo ideale. «Tutto è stato organizzato dettagliatamente e messo in pratica per incoraggiare la mobilità dei giovani europei, ma niente è stato fatto per “il dopo"», lamenta Allanic.
Tocca alle università farsi carico del rientro dei propri studenti, accompagnandoli in questa fase di passaggio, «senza la quale l’esperienza può diventare un disastro. Non dimentichiamoci che il ruolo degli adulti è quello di aiutare i ragazzi a crescere».

28

02

2008

Erasmus a Budapest: calcio balilla e terme

Oggi Eurogeneration è orgoglioso di lanciare 'Erasmus city-guide': una compilation unica che vi porterà nelle più belle città europee per farvele scoprire con gli occhi di chi le ha vissute sulla propria pelle, gli studenti Erasmus. Questi ritratti non pretendono di essere esaustivi. Prendeteli come una chiacchierata con chi vuole condividere la sua esperienza. Quindi non esitate a commentare!

Questa settimana il nostro ospite è Roberto Yanguas che ha trascorso il suo periodo di studi Erasmus nella capitale ungherese due anni fa.

Trovare casa: agenzia immobiliare
Bene, questa è probabilmente la cosa più difficile per uno straniero. A causa della lingua. A Budapest ci sono poche residenze per studenti. Quindi la soluzione migliore è quella di utilizzare i servizi di un'agenzia immobiliare.
Budapest è divisa in due grandi parti (Buda e Pest), e in molti distretti. Io vivo nel Distretto VI che è, con i Distretti V e VII, il migliore dove vivere. Evitate il Distretto VIII, pericoloso. E non dimenticate: se siete in Erasmus, Pest è meglio di Buda.

Università: se non vuoi studiare, è il posto giusto
Sono stato alla Peter Pazmany University, nella Facoltà di Giurisprudenza. Tutti corsi erano in inglese, anche se la lingua di Shakespeare non è sempre parlata benissimo dai prof. In ogni caso, se siete interessati a un anno Erasmus senza studiare, allora questa è l'università che fa per voi: la maggior parte degli insegnanti chiedono solo un breve e facile lavoro scritto. Di solito pochi o inesistenti gli esami (ne ho fatto uno solo).
Inoltre la palestra è chiusa ma vi consiglio vivamente di giocare all'aperto sulla Margherite Island i giorni di bel tempo.

3 posti da non perdere
Birre con gli amici: Szimpla (la mia preferita). Non potete immaginare... È un posto decadente, vecchio e sporco... Ma bello davvero.
Rilassante: le terme di Szechenyi. 8 euro per un intero giorno di sauna, jacuzzi e acque medicinali. Dopo ti sentirai un altro!
Ristorante Paprika (vicino a Szechenyi) o Stex Haza. Il mio suggerimento: la zuppa di gulasch e petto di pollo con tre formaggi. Poi pork cutlet Carpatian style. Mi viene l'acquolina in bocca al solo ricordo

La sera: calcio balilla e polizia
Gli studenti Erasmus vanno al Morrison's pub vicino a Opera (karaoke il mercoledì - non mi chiedete perché ma gli ungheresi adorano il karaoke ...), Old Man's pub (vicino alla Erszebet körut e al Szimpla), e poi ci sono il Szoda, il Sark ... Attenzione ai vestiti: possono "misteriosamente" scomparire.
La maggior parte delle feste Erasmus sono in appartamenti: prima dell'inizio potete telefonare alla polizia per dire che si sta organizzando un party. Se i vicini chiamano per lamentarsi, non avrete alcun problema: è uffiale.
Anche di notte, se ti piace il calcio balilla, gli ungheresi lo adorano: metti una moneta sul tavolo e aspetta il tuo turno, il vincitore resta. Non usare droga: se ti acchiappa la polizia sono guai. Cocaina o spinelli è lo stesso.

Verdetto
La mia opinione sull'esperienza? La consiglio a tutti!

Cosa ne pensi delle idee di Roberto su Budapest? Condividi la tua esperienza, fà una domanda al nostro ospite. Altrimenti dà un'occhiata al babelblog su Budapest. Appuntamento la settimana prossima con la città di Portsmouth, in Inghilterra.

10

02

2008

Mark Lenders, bau-bau e il bacetto

Domanda del giorno. Di cosa parliamo noi babeliani quando, durante l’anno Erasmus o all’estero per lavoro, arriviamo col nostro background e andiamo in cerca di confronti “culturali”? Ecco –  con un pizzico di autoironia – la hit parade degli argomenti più gettonati .

1. I cartoni animati
Per la serie: “il Giappone unisce gli europei”. Holly e Benji o “Oliver e Benji” e il campo di calcio che non finisce mai. Le rovesciate e le elevazioni che durano il tempo di una partita. I gemelli Derrick e i loro dentoni. Mark Lenders e la t-shirt con le maniche arrotolate a mo’ di “guappo”. Che nostalgia!

2. I versi degli animali
Alzi la mano chi non ha mai sgranato gli occhi sentendo che il nostro “bau, bau!”, ad esempio in francese, diventa “ouaf, ouaf!”.

3. Il modo di salutarsi

I francesi che si fanno il bacetto, ma solo tra persone dello stesso sesso. Gli italiani che lo fanno solo se si conoscono ma al contrario, prima a sinistra e poi a destra (discronia che può diventare imbarazzante…). Quelli di Ginevra che ne fanno sempre tre. I tedeschi che preferiscono le pacche sulle spalle…

4. A che ora mangi?
Gli spagnoli che pranzano alle tre. I milanesi alla mezza. I napoletani alle due.

5. I sistemi politici

Capita che sei spagnolo e spiegare gli indipendentismi incrociati non è facile. Capita che se sei francese la “demonarchia” e gli strapoteri del Presidente sono prodotti tipici come il camembert. Capita che in Erasmus arriva la “crisi” nel tuo paese e spiegare la partitocrazia e la figura di Clemente Mastella è cosa ardua.

Un po’ ripetitivi? Forse. Ma vuoi mettere il piacere di quel baffo di Guinness sulle labbra a parlare di Mark Lenders e farsi bacetti diacronici?

02

02

2008

Le 5 regole d'oro per un Erasmus coi fiocchi

Sono decine di migliaia i ragazzi che stanno affluendo in queste ore nelle città universitarie di mezza Europa per trascorrervi un semestre di studio col programma Erasmus. Ecco le regole d'oro di Eurogeneration (da discutere nei commenti of course) per trascorrere un periodo indimenticabile ed utilissimo.  La foto che segue mi ritrae durante lo splendido anno trascorso a Strasburgo. (Alle mie spalle la campagna della lingérie Aubade con le "lezioni" per le donzelle in piena regola)



Lezione n° 1
Integratevi...
A Roma la chiamavano la mafia spagnola. Mi riferisco a queste carovane di ispanici che errano a gruppi di quaranta persone il sabato sera (senza  poi trovare un pub abbastanza capiente per tutti loro) per poi ritrovarsi nel solito, tristissimo botellon "ché-poi-tanto-stamo-a-pancia-piena-ché-Maria-ha-fatto-la-tortilla-de-patatas". Lo so perché sono stato l'unico infiltrato italiano in uno di questi grupponi a Roma. Vi prego, no. Anche gli italiani, fieri del loro bidet e delle fettuccine di mamma, sono particolarmente a rischio della sindrome della tortilla.
L'ideale per legare con i locali:
  • Vivere in appartamento con persone del luogo (meglio se studenti)
  • Partecipare alle attività sportive organizzate dall'università
  • Andare a lezione (almeno ogni tanto) :-)

Lezione n° 2
...ma conservate l'accento
Integrazione non vuol dire assimilazione. Pretendere a tutti i costi di parlare la lingua degli autoctoni "senza accento" non serve a niente. A parte a ridicolizzarvi. Tanto ce l'avete scritto in faccia da dove venite. E tanto vale, quindi, coltivare un pizzico di diversità che è esotica e non guasta. Organizzate una serata gastronomica per far scoprire la vostra cucina. Fate conoscere la vostra musica (con o senza strimpellamenti). E chi più ne ha, più ne metta. Durante il mio Erasmus a Strasburgo, a me che cercavo di scimmiottare il francese di Molière una ragazza niente male mi disse: "ma il nostro accento, sui ragazzi, fa molto gay: meglio la cadenza italiana!". Come darle torto?

Lezione n° 3
Giudizi sul paese di accoglienza: attenti alle opposte sindromi
Quanto a giudizio della città nella quale vivete, attenti a non inciampare nelle opposte sindormi dell'idealizzazione o del "sì, però da noi è un'altra cosa". Cogliete le sfaccettature, non accontentatevi di idee, ideologie "prêt-à-porter". E ricordatevi di non esser presuntuosi nel voler abbracciare un paese intero nelle vostre analisi: se siete a Parigi, parlate di Parigi, non della Francia. Forse in Corsica o sui Pirenei le cose non stanno esattamente così. Sono in tanti infatti che si lasciano ammaliare da una realtà affascinante spesso più perché vissuta in Erasmus che per meriti inconfutabili. Quel che per noi è il paradiso, per i locali può esser l'inferno. Così come è segno di chiusura mentale l'insopportabile, continua e petulante lamentela sulle persone che ci accolgono che (nell'ordine):
  • La pasta non la sanno fare
  • Non sanno cosa sia l'igiene
  • Sono freddi e troppo nordici (oppure troppo calienti e "terrones")

Lezione n° 4
Viva le attività extracurriculari
Ti piace il giornalismo? Contatta subito il giornalino dell'università per partecipare! Vuoi darti da fare nel sociale? Di attività caritatevoli ce ne sono a bizzeffe in qualsiasi città del Vecchio Continente! Non pensare che le conoscenze, la pratica della lingua e quant'altro siano unico appannaggio delle pur sempre scoppiettanti serate Erasmus. Costruire qualcosa quando si sta fuori, è un'esperienza indelebile. Parola di uno che durante l'Erasmus ha lanciato con tanti altri ragazzi di tutta Europa un sito chiamato cafebabel.com ;-)

Lezione n° 5
Non restate inviluppati nella vostra realtà di origine
Spesso si arriva in Erasmus con affetti e legami fortissimi con la madrepatria. Ebbene, il modo migliore per perderli è di restarvi avvinghiati tornando "a casa" (ma poi cos'è la casa? leggi l'articolo) ogni due mesi; sentendovi al telefono tre volte al giorno (dosate i vostri racconti entusiasti, all'altro capo della cornetta, o di Skype, non sempre si apprezza); o restando mentalmente allo status MSN "in linea" anziché "assente". Insomma, buttatevi a precipizio nella nuova realtà; gustatela fino in fondo, consci della vostra differenza, animati dalla dantesca curiositas, radicati nel proprio DNA ma protési come un quercio. Verso il cielo del (vostro) futuro.

Buon Erasmus a tutti!

07

12

2007

Omicidio Meredith, basta con la fatwa anti-Erasmus

Avviso ai naviganti: l'Erasmus è pericoloso, gli studenti a rischio depressione e talora suicidio. Questa la fatwa scagliata dalle colonne di Repubblica da Ilvo Diamanti e benedetta da Eugenio Scalfari su L'Espresso. Diamanti fustiga la "gioventù apolide" responsabile del contesto sociale nel quale sarebbe stato perpetrato l'omicidio della studentessa inglese Meredith a Perugia.

Per Diamanti il capoluogo umbro è il simbolo di quei centri che i malvagi studenti Erasmus hanno sfigurato, trasformandoli in non-luoghi privi di "istituzioni, regole, autorità". "Nelle città universitarie (...) gli studenti sono "popolazione" di passaggio. Non hanno radici locali. Né la prospettiva di restarvi per la vita. Pagano affitti alti per un appartamento condiviso con altri studenti. Non lo possono percepire come casa propria."

Ma lo sa Diamanti quanti studenti, dopo l'Erasmus, tornano nel paese nel quale hanno trascorso l'anno più bello della loro vita e spesso, come nel mio caso, ci lavorano, si sposano e costruiscono un futuro spesso impossibile in paesi - quelli sì - depressi come l'Italia?

Ma Diamanti non si ferma. Gli studenti "apolidi" sono privi di "vincolo sociale e comunitario. Perché non sono una società e neppure una comunità. Ma una umanità immersa in relazioni, in larga parte, transitorie. Fitte ma senza impegno."

Questo è davvero troppo caro e preziosissimo Diamanti. Se non dovesse saperlo grazie al programma Erasmus - 1,5 milioni di studenti dal 1987 - sono nate solide amicizie, amori profumati e, spesso come nel caso di mia moglie, francese sonosciuta alla Luiss di Roma, i pancioni dell'avvenire. Grazie all'Erasmus eserciti di giovani possono finalmente sprovincializzare le loro esistenze, imparare una lingua straniera e - contrariamente a quanto da lei affermato - sentirsi a casa all'estero.

Se su 1,5 milioni di persone ce n'è una che viene uccisa non vuol dire che l'esperienza studentesca più entusiasmante dei giorni nostri debba essere demonizzata. Vuol solo dire che è un'esperienza ormai generalizzata e che, fortunatamente, sta democratizzandosi. Che i sacerdoti del tribalismo e dei bei vecchi tempi "quando si poteva restare tutti tra italiani" possano tacere. Il mondo va avanti e tant mieux.

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04

10

2007

Le vie dell'Erasmus sono infinite. Anche tu sei un ex? Dì tua!

Felice, spossato, un po' ubriaco, fanfarone, provolone (con l'altro sesso), lavapiatti (la sera) e studente (mezzo sonnolente) la mattina. Tutti parlano degli Erasmus mentre sono in corso d'opera. Ma nessuno di quando tornano. Certo, quasi tutti all'inizio entrano in depressione al ritorno dalle loro gesta d'Oltralpe o Oltretirreno. Ma poi, come mi avete spiegato nei vostri commenti, in realtà vi riprendete (mica tutti! anche quelli voglio!!). Spesso ricercando nuovi stimoli. Ripartendo (fisicamente o anche solo moralmente) sempre.

Bene. Per la prima settimana di novembre - quella del vero rientro, quando profumi d'estate non ce ne sono più neanche a Cetara (dove domenica scorsa la spiaggetta era stracolma di bagnanti) - sto preparando un pezzo sul tema: le vie dell'Erasmus sono infinite. Sarà una fotogallery con 4-5 storie tra le più divertenti di quelle che mi avrete inviate. Appositamente scritta per i 400.000 visitatori mensili di cafebabel.com. Vuoi partecipare anche tu? Vai!

Requisiti: essere stato almeno un semestre in Erasmus, covare un po' di sano esibizionismo.

Le foto da inviare: una foto figa di te in Erasmus e una di te adesso, anche sfigata, tanto lo sappiamo che si stava meglio prima. Se foto non ne hai subito ma la tua storia è fighissima passa al passo successivo ma non sperare di scampare alla legge dell'immagine, eh?

Il testo da inviare: la tua storia raccontata con tutto il romanticismo che vuoi (dài, una lacrimuccia me la strappate) ma precisando luoghi, date, nomi in modo da farmi conservare una parvenza di giornalista di mestiere (eeeh!). E cercando di raccontarmi un po' in cosa ti porti dietro quell'esperienza, se sei (ancora) sposato/fidanzato con una/o incontrata/o proprio lì. Se invece non sei riuscito a ripartire. Se sogni di farlo. Se lavori in un settore particolarmente Erasmus-compatibile o meno. E chi più ne ha più ne metta.

A chi inviarlo: alla mia mailbox farano[at]cafebabel.com

Quando: prima è meglio è. Datti una mossa, ché sta eurogeneration la vogliamo vedere!

Se conosci persone potenzialmente interessate batti un colpo!

 

Foto della spiaggetta di Cetara senza bagnanti (quindi necessariamente scattata nel mese di gennaio) di Antolo/Flickr.

17

09

2007

C'è una vita dopo l'Erasmus (fuori dall'Italia). Parola di Fiorella.

Rieccoci qui a parlare, questa volta non solo di (come nel post precedente) ma anche con Fiorella di Erasmus, frontiere e periodi della vita.

 

Fiorella benvenuta su Eurogeneration. Se dovessi riassumere in cinque-parole-cinque la tua esperienza Erasmus quali sceglieresti?

Ciao Adriano e grazie per l'ospitalità. Il cliché impone alcohol, sesso, festa, amici e divertimento. Ma credo che un anno vissuto all'estero non sia (solo) questo ma molto di più: volontà di mettersi alla prova, desiderio di confrontarsi con gli altri, di partire da zero per costruire una vita nuova, più matura e consapevole. Ops: non sono cinque parole! Sono passati due anni da quel 2004/05 ad Alicante.

 

Ti è passata la sindrome Erasmus?

Direi che peggiora ogni anno di più! Dopo la fase critica, che si manifesta al rientro, la sindrome si "normalizza" e ti accompagna costantemente. Ma è una cosa positiva: è la molla che mi spinge a fare nuove esperienze, a partire (o ripartire) con una marcia in più rispetto agli altri.

Cosa fai oggi nella vita? Riesci ad esprimere quella babelianità acquisita in Spagna?

In attesa dell'ennesima, spero definitiva partenza verso la Spagna (di nuovo !) o il nord Italia a ottobre, mi occupo di grafica e comunicazione. Quest'anno ho avuto la possibilità di migliorare le mie conoscenze nel settore grazie a un progetto della regione Campania (il G.B. Vico) che mi ha permesso di lavorare 4 mesi a Madrid in una galleria d'arte: altra magnifica esperienza all'estero, ho conosciuto persone meravigliose e ho potuto dare sfogo a quella "babelianità" che in patria è un po' troppo compressa (soprattutto al sud e soprattutto a Cava, ma questo è un altro discorso, che conosci bene quanto me).

Sei sempre in contatto con gli amici dell'Erasmus?

Sì. Anche se a fasi alterne: è complicato riempire le distanze e riuscire a vedersi, però grazie a messenger, e-mail e rimpatriate varie siamo ancora in contatto.

Sei riuscita a comunicare con loro sui temi che evochi in "Antropologia dell'Erasmus?"

Di più: sono riuscita a portarli alla discussione della tesi! Ad Alicante sapevano tutti che stavo scrivendo la tesi sull'Erasmus, l'hanno letta (tutta, con mio grande stupore!) e la mia più grande soddisfazione, quando mi sono laureata, è stata vedere i miei amici dell'Erasmus e i miei compagni d'università - Erasmus anche loro, in città diverse - commuoversi insieme a me mentre chiudevo la discussione con le note di "Tornano in mente" di Alex Britti: "Ritorneranno forte nella mente momenti che ho vissuto intensamente, e tutta la gente che ho conosciuto in qualche modo tornerà, ti sembrerà niente però vuol dire che qualcosa ancora ci sta." Spero di essere riuscita a comunicare a tutti gli Erasmus quel "qualcosa che ancora ci sta", dopo due anni e - mi auguro - dopo molti altri ancora.

15

09

2007

Depressione post-Erasmus

Settembre. Tempo di arrivo per i 400.000 studenti europei che stanno piantando tenda in una delle centinaia di città universitarie teatro del progetto Erasmus. Ma anche, ahi loro, tempo di ritorno (alla routine) per i circa 350.000 che hanno vissuto, nel passato anno accademico, un'esperienza che, nella stragrande maggioranza dei casi, ti trasforma la vita. Almeno per un anno (o un semestre). Sì, perché poi si torna alle vecchie abitudini e può scattare la «depressione post-Erasmus».

Immettendo l'espressione su Google non salta all'occhio nessun sito di psicologi (o presunti tali). Ma mi sono (re)imbattuto nell'imbattibile tesi di laurea di Fiorella de Nicola sul tema «Antropologia dell'Erasmus. Partire studenti, vivere sballati, tornare uomini». Saranno gli scherzi del destino, ma io e Fiorella – ad Alicante nell'anno accedemico 2004/05 – siamo originari della stesso posto, Cava de' Tirreni. (Mi sono divertito a fare un collage delle due città. Anche bella la nostra ma Fiorella non avrebbe scritto le stesse cose se fosse partita a Helsinki?)

 

 

In ogni caso la prosa della mia conterranea è azzeccatissima quando dipinge l'ingenuità di chi vive gli ultimi giorni di un'esperienza erasmiana:

«Non ha idea che in patria lo aspetta la "sindrome del post-Erasmus". Non sa che casa sua gli sembrerà bruttissima, la città freddissima (o di un caldo insopportabile), l’università noiosissima, la tv squallidissima, gli amici scontatissimi, insomma gli verrà una depressione grande quanto un grattacielo di Kuala Lumpur. Avrà un rigetto per tutto ciò che non sia Erasmus. La sindrome la vivono tutti, però con intensità e durata differente. Ed essendo una sindrome è una condizione passeggera, qualcosa che può, anzi deve, durare un po’. Ma deve anche finire altrimenti si sfonda il muro del patetismo».

 

La sua riflessione sul senso della parola identità ci convince:

«Insomma ci aspetta un’esistenza da "disadattati", da apolidi. E non perché non abbiamo una patria (sì, quella della pomposa retorica politica). Ma perché ne avremo due. O più di due. La nostra, quella dove siamo nati e cresciuti. Quella che ci ha "adottato" per un semestre o due. Quella dei nostri amici: tedeschi, francesi, portoghesi, messicani, inglesi, scandinavi, americani, canadesi: le loro case ad Alicante erano le nostre. E per non so quale proprietà transitiva anche un po’ dei loro paesi, della loro cultura, dei loro amici è diventato, in parte, nostro. 'Sta bufala dell’identità europea non è tanto una bufala.»

 

Sarà vero? E come fare per uscire dalla depressione post-Erasmus? Eurogeneration apre il dibattito. A voi la parola, nei commenti.

Foto Pedro Prats Michael Khoo/Flickr.com

14

09

2007

Sul tetto del mondo con Martino Reggiani

Martino Reggiani l'ho conosciuto sull'onda di un'email, mandata in luglio, con un bel file pesantuccio e ricco di note musicali sulla sua esperienza Erasmus a Mulhouse, nell'Alsazia francese. In quel file c'era "Lettre aux Erasmus" ("Lettera agli Erasmus") che Coffee Factory, il blog che segue l'evolversi di cafebabel.com e la community di "babeliani" in gestazione, ha rivelato al Web. Il pezzo l'ho scelto poi per intramezzare un'intervista su Radio Uno (che potete ascoltare al 33-34esimo minuto dell'audio che troverete cliccando qui e poi su "ascolta"). Oggi Martino ha accettato di essere nostro ospite. Si parla di musica, ispirazione, vissuto erasmiano ma anche di politica. Leggere per credere.

 

Martino, benvenuto su Eurogeneration! puoi raccontarci come ti è venuta l'ispirazione per il tuo brano Sul tetto del mondo?

C’è stato un vissuto, un vissuto che ha contenuto attimi e momenti così sottili e forti, così veloci eppure così lenti ad imprimersi, e questa canzone non ne è altro che l’appendice. Poteva anche essere banale, e resta sempre comunque una lettera. Solo una lettera, e una lettera possiede per forza un corpo nostalgico. L’ho scritta dopo due anni all’estero. Avrei voluto scriverla prima, durante quegli anni. Sarebbe stato sicuramente qualcos’altro, ma forse ero troppo implicato per farlo allora, anche se devo dire, odio la crudeltà artificiale dell’intellettualismo. Non è difficile credermi, la nostalgia era presente, come un’inevitabile conseguente Stagione all’inferno passata da Rimbaud.

Puoi raccontarci qualche particolare sul modo col quale lavori di solito alle tue canzoni (strumentazione, luoghi di registrazione, musicisti...)?

Non disdegno affatto suonare assieme ad altri, anzi, lo considero un incentivo a fare le cose che non ho mai voglia di fare. Ma non riesco mai ad inventare assieme ad altri. Difficilmente accade. Non importa lo spazio, ma scrivo da solo. Alla fine ho sempre una chitarra da trascinarmi dietro, o un pianoforte ad aspettarmi (“Lettre aux Erasmus” l’ho scritta con un basso,senza sapere suonare il basso, perché dove mi trovavo non c’era altro strumento in giro. Ironico,no?). Non so dire perché è così. Bisogna stare attenti a sentenziare certe risposte. Forse perché mentre invento, leggo quello che porto scritto dietro la fronte, parole deboli per la maggior parte, più deboli di quello che c’è davanti la fronte.

Cosa ne pensi della costruzione Unione Europea? Capisci quanti in Francia come in Olanda hanno votato No alla Costituzione?

Lo capisco sì, ma non vuol dire che l’approvi. Curano i loro interessi, e purtroppo è un fatto anche troppo umano curare i propri interessi. Gli occhi degli altri sono sempre più crudeli anche perché sono più onesti. Agli occhi del resto del mondo l’Europa è “unita” solo perché sotto un potere economico, e più il potere economico si accrescerà, più le divergenze politiche si appianeranno. Questa però è una parte della realtà. L’Eurogeneration e Noi raccontiamo l’altra parte.

Questo pezzo è nato nel contesto dell'Erasmus. Un progetto straordinario, certo. E se volessimo trovargli un difetto?

Ho vissuto la mia esperienza estera come studente. Come qualcuno, quindi, che possedeva un posto da privilegiato (anche se, secondo gli standard attuali di molti, il mio modo materiale di vivere sarebbe considerato comunque miserrimo), e non ho trovato alcun difetto, se non i soliti burocratici, e quelli umani che ci portavamo dietro noi, e che durante quest’esperienza sono serviti solo ad arricchirci. Posso dirti però che un difetto potrebbe arrivare un giorno, in futuro. Più che un difetto, un rischio. L’esempio più ricco che ho colto da quest’esperienza, è stato di essere riuscito assieme ad un nutrito gruppo di gente straniera come me, a legarci tutti assieme sotto leggi e caratteri universali dello spirito umano (non parlo di quello cattolico). Tutti noi abbiamo dissolto via pregiudizi. Di questi tempi i pregiudizi sono salvaguardati dal politically-correct e da un crescente benessere, ma anche per colpa di questi, restano sempre presenti. E’ vero che l’Europa unita non è affatto unita, poiché quanti, ancora, possono dirsi, e realmente sentirsi, cittadini europei? Ma un primo lungo passo c’è stato, e il difetto potrebbe scaturire da questo. E’ una lezione che ho appreso dal “Guerriero dell’immaginario” dello scrittore martinicano Patrick Chamoiseau. Poiché tutti noi viviamo sotto l’unico pensiero veicolante dell’Europa e dell’occidente, un pensiero che tende ad estraniare ed escludere il resto del mondo. Il rischio è che un giorno quando l’Europa sarà fatta, se mai un giorno accadrà, Noi tutti ci si chiuderà a guscio dentro i nostri sistemi occidentali, creduti i soli possibili, lasciando fuori il resto del mondo, anzi questo sarebbe niente, bensì assoggettandolo come si è sempre fatto, invece di spargersi in giro con le teste ancora calde dei propri vissuti e le mani riempite di saluti.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non saprei. Forse continuare a scappare sempre dov’è “l’altro” e giocarmi la salvezza. E continuare a farlo finché è possibile.