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Nasce una nuova generazione

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Economy { Keyword }

14

12

2007

Italia "depressa"? Il New York Times ha ragione

Il nostro napoletanissimo presidente della Repubblica ha voluto dissipare le ombre gettate dal New York Times sul Bel Paese nel corso della sua visita di ieri in America: "L'Italia è assolutamente un Paese forte su cui vale la pena di scommettere. Non bisogna essere superficialmente ottimisti, ma nemmeno sensazionalisti come l'articolo di oggi sul New York Times" (leggi l'articolo).
Ma cosa dice il NYT? L'articolo non inventa nulla. Dice che l'Italia a breve si farà superare dalla Spagna quanto a PIL pro capite. Che l'11% delle famiglie vive sotto la soglia della povertà. Che due libri, La Casta e Gomorra (guarda la nostra intervista a Roberto Saviano), bene esprimono il malessere del paese. E che gli italiani sono i più tristi dell'Europa occidentale secondo un sondaggio realizzato nell'università di Cambridge proprio dall'italianissima Luisa Corrado.

Ma il quotidiano di Times Square (qui nei suoi uffici con David Mc Craw, uno dei vice-presidenti) parla anche di un tema a noi caro: il generational divide. Cita il blogger Mario Adinolfi: "Qui in Italia Google sarebbe impensabile che dei trentenni possano creare un business in un garage". Ci permettiamo di correggere Adinolfi: Larry Page e Sergei Brin erano ventenni quando diedero vita a quello che sarebbe diventato il primo motore di ricerca al mondo. E proprio i giovani - "istruiti, che viaggiano e usano Internet" - potrebbero essere la chiave del cambiamento prosegue l'autore dell'articolo "ma solo quando la generazione oggi al potere sarà morta". Sì, perché sono in tanti, ancora oggi, ad abbandonare il paese. Che Napolitano guardi la realtà in faccia: l'Italia sta scivolando verso un sottosviluppo strisciante. Del resto basta leggere i risultati del sondaggio del Corriere: più del 90% degli italiani è d'accordo col New York Times. Popolo di sensazionalisti secondo Napolitano.

08

11

2007

On the road 2.0 - il mio viaggio con Google Map

Ecco un tentativo di mapping journalism con dei mini-report sugli incontri più appassionanti avuti a Washington e San Francisco. Se vi piace continuerò ad aggiornare la mappa durante le "fermate" di Tampa e New York. Per leggerla bene cliccate su "View larger map"

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04

11

2007

Business, trasgressione e vibrazioni: il segreto della Silicon Valley

Il profumo dell'erba appena tagliata ti pizzica le narici quando arrivi a Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Il chiostro in stile medievale della "piazzetta" di questo microcosmo di 10.000 persone - una vera e propria cittadina con negozi, pizzerie, pronto soccorso e pompieri - cozza col wi-fi e lo spirito imprenditoriale che regna sul campus. Sì, perché il segreto del successo di questo tempio della conoscenza - che ha partorito negli anni Sessanta Arpanet, l'antenato di Internet, e negli anni Novanta ha accolto studenti del calibro dei fondatori di Google e You Tube - è la simbiosi, difficilmente comprensibile per noi europei, col mondo del business. Basta aggirarsi per il campus, che ci accoglie con 20° e un cielo terso, per vedere in bacheca l'annuncio "Google cerca programmatori" o una targa che celebra il finanziamento delle aule di Computer Science da parte di giganti del calibro di Intel o Hewlett-Packard.



Nulla a che vedere con l'Europa. Dove il senso della partnership università-impresa si riduce a (finte) giornate di orientamento, stage non o sotto pagati e comunque senza sbocchi, nepotismo e chi più ne ha più ne metta. Ma qui in California non si tratta di altruismo: le aziende investono in riflessione, idee, vision. Correndo il rischio, spesso e volentieri, di finanziare progetti senza un chiaro interesse economico. Semplicemente perché l'idea è promettente: il business verrà dopo. E' il caso di Google, che all'inizio non aveva un business model. Ed è il caso di un progetto top secret di cui sono venuto a conoscenza e che presto svelerò, cui lavora un team guidato da un ricercatore europeo. La fuga di cervelli qui senti cos'è. La tentazione è ammaliante per tanti francesi, russi, italiani che qui ho incontrato.



Ora sono tornato a San Francisco (qui sopra un paio di foto), la metropoli cui Stanford, come Palo Alto o Mountain View (sede di Google) sono legate a doppio filo. Città vibrante: l'energia sgorsa dalla terra spesso in movimento e corre veloce nei tubi catodici di questa icona di quella cultura hippy e trasgressiva che, tra l'altro, spiega una cosa: perché è qui, e non altrove, che l'economia del futuro si pensa e si fa.

Immagini: davanti a un panorama mozzafiato poso con la mia guida che finalmente vi presento, un ex diplomatico che mi accompagna durante tutto il viaggio. Harley Davidson nel quartiere latino Mission, sempre a San Francisco.

26

09

2007

Euro, Turchia "tagliata" dalle monetine

La Turchia è europea o no? Lo scontro ai vertici delle istituzioni europee, per una volta, non si è cristallizzato in (spesso vuoti) dibattiti filosofico-geopolitici. Ma a suon di documenti PDF. All'ordine del giorno: la veste grafica dei nuovi euro dell'allargamento.

 

Da un lato, la Commissione Europea che propone di includere il paese anatolico nella "cartina" del continente (nell'immagine a destra). Dall'altro il Consiglio dei Ministri (che rappresenta gli Stati) che, discretamente, la "taglia" (nell'immagine a sinistra). Vedere (anche gli allegati) per credere.

A rivelarlo gli eurodeputati radicali Cappato e Pannella che hanno chiesto la rimozione delle monetine anti-turche dalla circolazione. Sì perché negli euro dei primi paesi membri che abbiamo tutti in tasca c'è un pezzettino di Turchia. Mentre in quelli entrati in circolazione in Slovenia, entrata in Eurolandia il 1° gennaio, la Turchia è sparita. Secondo il diktat del Consiglio. Ora i radicali chiedono di ritirare 31 miliardi di monetine da sostituire progressivamente. Riusciranno i nostri eroi...?

Ma al di là delle monetine cosa pensare dell'ingresso della Turchia nell'Ue? Per il momento nulla è deciso, i negoziati continuano e il forum di cafebabel.com si infiamma. Qui posso dire solo che durante il mio anno Erasmus ho conosciuto un caro ragazzo di Istanbul, Dogan Mert che saluto, e non posso dire che mi sentissi più lontano dalla sua cultura che da quella - chesso' - tedesca o svedese. Ragazzi, a me sembrava un po' napoletano...

Del resto, come ci racconto' Erri De Luca l'identità mediterranea spesso prevale su quella europea. Ma questo è un altro discorso... O no?