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eurogeneration

Nasce una nuova generazione

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Friday, May 9 2008

Eurogeneration al potere!

Per la giornata dell'Europa e in occasione del lancio del nuovo cafebabel.com il nostro blog, Eurogeneration, non poteva non aderire al Blog Action Day: un giorno di articoli e video sul tema... eurogeneration che presto saranno riuniti in una recensione su cafebabel.com


Erasmus, low-cost, Interrail, Skype... nell'anno domini 2008 la cittadella della gerontocrazia nazionale trema più che mai, assediata da una nuova generazione di europei che non si accontentano più della dimensione dei vecchi Stati nazione. Che, oramai, concepiscono l'Europa come la loro dimensione privilegiata d'azione: per lo studio, il lavoro, il divertimento e - perché no? - l'amore.


Ma questa rivoluzione silenziosa che sta abbattendo le vere frontiere del Vecchio Continente - quelle mentali - sarà reale solo quando sarà percepita come tale dalle opinioni pubbliche. Perché ciò possa avvenire sono necessari diversi fattori:

  • il fenomeno dell'europeizzazione dei percorsi di studio deve radicarsi: i 400.000 Erasmus annui devono - possono! - diventare 1.000.000: la futura Commissione Europea che uscirà dalle urne nel giugno 2009 deve impegnarsi in questo senso
  • dallo studio al lavoro: bisogna favorire la mobilità. Oggi sono ancora troppo poche (meno del 2%) le persone che lavorano in un altro paese europeo. Programmi di stage come il Leonardo debbono essere potenziati
  • ma questi provvedimenti non bastano: chi fa l'Erasmus, chi si innamora di un'altra cultura, chi è mobile deve prendere coscienza del ruolo speciale che ha. Deve impegnarsi, non solo come individuo ma anche come attore dell'opinione pubblica (con Internet e i blog in primis) e come cittadino, perché il Vecchio Continente si svecchi. Perché riesca ad emergere un dibattito paneuropeo, uno spazio pubblico transnazionale. Deve diventare testimone di quel cambiamento che egli stesso ha vissuto sulla sua pelle a livello personale.

Perché cambiare una vita - e l'Erasmus la cambia! - va bene. Cambiare un continente è meglio.

Friday, March 28 2008

Depressione post-Erasmus, chi la conosce la evita

Questa settimana Eurogeneration è partner della trasmissione di Radio Uno "In Europa". Tiziana Di Simone ci ha intervistati sul tema: depressione post-Erasmus che trattavamo ampiamente nei seguenti pezzi che vi consiglio:

Ma voglio anche riproporvi quest'inchiesta realizzata dalla mia collega francese, Prune Antoine. Buona lettura (e dibattito tra i commenti)!


Sindrome post-Erasmus: sos depressione
Erasmus = feste no stop + flirt, per di più all’estero. Ma una volta rientrati, la maggior parte degli studenti vive una sorta di depressione, tra la nostalgia e l’apatia. È finita l’età dell’innocenza?

«Chi, alla fine dell’esperienza Erasmus, non sa che una volta rientrato in patria, casa sua gli sembrerà bruttissima, la città tristissima, l’università noiosissima, la tv squallidissima e gli amici scontatissimi?» A dirlo è Fiorella de Nicola, una studentessa italiana che ha dedicato la sua tesi in sociologia all’Antropologia dell’Erasmus. Le sue conclusioni su quella che chiama “la sindrome post-Erasmus” sono eloquenti.

Atterraggio turbolento

«L’anno all’estero è ricco di emozioni, incontri e scoperte continue ed è caratterizzato dalla sensazione di essere un po' "speciale"», spiega Aurélie, una ragazza di Orleans che ha passato un periodo a Newcastle. «A casa tutto torna a essere troppo semplice e vuoto, perché manca la novità, perpetua caratteristica dell’Erasmus». Juliane, partita per studiare lingue a Glasgow, rincara la dose: «Rientriamo a casa e realizziamo che tutto è esattamente uguale a quando siamo partiti. Invece dentro di noi è cambiato tutto.»
Nel 2007 l’Erasmus, il programma di scambio tra università più conosciuto dell’Ue, spegne 20 candeline e brinda al suo successo. Un milione e mezzo gli studenti che sono partiti, le università coinvolte si trovano in tutti i quattro angoli del Continente e finalmente c’è un’effettiva equivalenza dei corsi di studio in tutta Europa. Un solo lato negativo non compare nelle statistiche ufficiali: una volta chiusa la “magica parentesi”, la maggior parte degli studenti rientra triste o addirittura depressa a casa di mamma e papà e alla vita quotidiana. Che è per forza noiosa. Differenze con il proprio ambiente, difficoltà a condividere l’esperienza, idealizzazione del Paese straniero, ripiegamento su sé stessi. Questa fase di atterraggio turbolento, dopo la dolce vita passata tra fiesta e vodka può anche portare alla depressione nei casi più gravi.

«È molto più semplice partire che rientrare»

«L’Erasmus equivale a un rito di passaggio dei giorni nostri», sottolinea Christophe Allanic, psicologo clinico e specialista di espatri. «Lasciare la città d'origine, i genitori e ritrovarsi in una situazione sconosciuta con altri pari è una prova». Che, una volta superata, non deve far dimenticare la necessità di anticipare e di pensare al rientro. «È molto più semplice partire che rientrare», avverte Allanic.
«Tornare nel nido dopo aver scoperto l’indipendenza è molto peggio», dice Domenico, 28 anni, Presidente dell’Associazione studentesca “Planeteramus”. «Ovviamente si deprime di più chi vive in una piccola città e non aveva mai lasciato i genitori», aggiunge. Sono finite le serate a base di “tiramisù, tortilla e quiche lorraine”, le discussioni innaffiate dall’alcool tra polacchi e italiani o gli alloggi in stile appartamento spagnolo!
«Bisogna riabituarsi alla normalità», aggiunge Mina, 21 anni. In pratica bisogna rinunciare all'ottima scusa dell'accento straniero, alla sensazione di essere "diversi" e rassegnarsi a essere di nuovo come tutti gli altri e non più una creatura rara ed esotica.

Stranieri in patria

Lo studente, lasciato solo con la propria esperienza, finisce spesso per sentirsi straniero in patria e non riuscire a condividere l'anno all'estero in ambito famigliare. «Come si fa a raccontare un’esperienza così ricca in poche frasi buttate lì a caso?», si chiede Pauline, 21 anni, di cui uno passato in Irlanda. Per stare un po’ meglio molti studenti si rivolgono alle associazioni di ex-Erasmus, animano gli “International party” o si buttano nell’avventura dell' eurocoppia. La speranza? Quella di ricreare artificialmente un secondo momento d'oro. Agnieszka Elzbieta Dabek, segretaria generale dell’Erasmus Student Network (Esn), ammette: «Molti ex-Erasmus si propongono per partecipare alle nostre attività, per offrire consigli o organizzare serate cosmopolite. È un po' la scusa per mantenere viva la fiamma dell’Erasmus». Domenico giudica «illusoria» questa condivisione di un sentimento comune tra gli ex e i neofiti. «Alla fine, gli stranieri si chiudono nel loro gruppo, invece che aprirsi alla cultura locale».

Comunque, «questa elaborazione del lutto», tra depressione e idealizzazione è «assolutamente normale», secondo Allanic. Sempre che non duri più di qualche settimana. In realtà la malinconia del rientro non fa altro che segnare l’ingresso nell’età adulta e la perdita di un mondo ideale. «Tutto è stato organizzato dettagliatamente e messo in pratica per incoraggiare la mobilità dei giovani europei, ma niente è stato fatto per “il dopo"», lamenta Allanic.
Tocca alle università farsi carico del rientro dei propri studenti, accompagnandoli in questa fase di passaggio, «senza la quale l’esperienza può diventare un disastro. Non dimentichiamoci che il ruolo degli adulti è quello di aiutare i ragazzi a crescere».

Friday, March 7 2008

Dio stramaledica Gordon Brown e le prese elettriche inglesi

Ieri 5 marzo è stata una giornata un po' speciale. Ero a Londra, nell'era di Gordon Brown I. Che proprio ieri ha negato, in un dibattito parlamentare violentissimo, il referendum promesso da Blair sulla Costituzione Europea col pretesto che ora si chiama Trattato di Lisbona. La sostanza del nuovo Trattato non cambia, lo sanno tutti, e il New Labour - e con lui le élite politiche autistiche del Vecchio Continente - porta ancora più acqua al mulino degli euroscettici.

Ma il 5 marzo era anche una bella giornata di sole. E allora passeggiate con me dalla stazione di St Pancras ad Old Street. Qui a sinistra un graffito a Trafalgar Square, il Big Ben è sullo sfondo.






La differenza è lampante tra gli inglesi, disabituati alla luce, e le turiste italiane armate degli immancabili occhiali da sole.

Incontro poi un vecchio amico dell'università e vero babeliano Eurogeneration DOC, Alberto, che coordina una community per social entrepreneurs, quelli che fanno business senza dimenticare l'interesse generale. Chapeau! Voglio presentargli un po' cafebabel.com ma come al solito ho dimenticato che le prese in Inghilterra sono diverse da quelle del continente. Dio stramaledica queste antidiluviane barriere alla comunicazione.


Mi vedo poi con Annette, responsabile della redazione locale di cafebabel.com a Londra e co-organizzatrice del dibattito cui devo intervenire, alla London School of Economics sul tema "Nuovi media e democrazia europea". Pausa in un supermercato. Ho trovato i prezzi di Londra molto più bassi di quando ci ho vissuto, all'epoca della Lira, nel 1998, per due mesi dopo la maturità. Forse sono i nostri che sono saliti.




Ed è proprio di quel periodo il ricordo di una splendida serata passata a schitarrare con Luca, mio compagno di avventure, uno yuppie scozzese e tanti allegri passanti. Eravamo a Covent Garden davanti a questo negozio. Strano che ora si chiami "French connection".

Proprio a Covent Garden ho incontrato, in un posto dove il tempo sembra fermarsi, nello Neal's Yard, Zsofia - un'ungherese ex College of Europe, ora addetta stampa dello European Council on Foreign Relations, un nuovo centro studi sponsorizzato dal finanziere George Soros che si definisce come "il primo think-tank pan-europeo".



Nella stradina che porta a Neal's Yard si poteva leggere questa bella frase che aggiungeva un po' di magia al mio viaggio: "Vivi la vita che hai immaginato". Traduco bene, Anna?

E non perdetevi lui, questo simpatico filosofo ambulante.









Dopo il dibattito, nel quale brilla Andreas, autore dell'euroblog Kosmopolit, tutti al pub e poi a casa di Annette dove rubo questa foto sul suo comodino: quattro libri in quattro lingue diverse. Siamo proprio babeliani.









L'indomani, nella zona della nuova fiammante stazione di St Pancras da cui parte il mio Eurostar per Parigi, c'era anche questo simpatico personaggio.

Un modo, per la swinging London, di dirmi adieu. O, forse , bye bye.















Sunday, February 10 2008

Mark Lenders, bau-bau e il bacetto

Domanda del giorno. Di cosa parliamo noi babeliani quando, durante l’anno Erasmus o all’estero per lavoro, arriviamo col nostro background e andiamo in cerca di confronti “culturali”? Ecco –  con un pizzico di autoironia – la hit parade degli argomenti più gettonati .

1. I cartoni animati
Per la serie: “il Giappone unisce gli europei”. Holly e Benji o “Oliver e Benji” e il campo di calcio che non finisce mai. Le rovesciate e le elevazioni che durano il tempo di una partita. I gemelli Derrick e i loro dentoni. Mark Lenders e la t-shirt con le maniche arrotolate a mo’ di “guappo”. Che nostalgia!

2. I versi degli animali
Alzi la mano chi non ha mai sgranato gli occhi sentendo che il nostro “bau, bau!”, ad esempio in francese, diventa “ouaf, ouaf!”.

3. Il modo di salutarsi

I francesi che si fanno il bacetto, ma solo tra persone dello stesso sesso. Gli italiani che lo fanno solo se si conoscono ma al contrario, prima a sinistra e poi a destra (discronia che può diventare imbarazzante…). Quelli di Ginevra che ne fanno sempre tre. I tedeschi che preferiscono le pacche sulle spalle…

4. A che ora mangi?
Gli spagnoli che pranzano alle tre. I milanesi alla mezza. I napoletani alle due.

5. I sistemi politici

Capita che sei spagnolo e spiegare gli indipendentismi incrociati non è facile. Capita che se sei francese la “demonarchia” e gli strapoteri del Presidente sono prodotti tipici come il camembert. Capita che in Erasmus arriva la “crisi” nel tuo paese e spiegare la partitocrazia e la figura di Clemente Mastella è cosa ardua.

Un po’ ripetitivi? Forse. Ma vuoi mettere il piacere di quel baffo di Guinness sulle labbra a parlare di Mark Lenders e farsi bacetti diacronici?

Saturday, February 2 2008

Le 5 regole d'oro per un Erasmus coi fiocchi

Sono decine di migliaia i ragazzi che stanno affluendo in queste ore nelle città universitarie di mezza Europa per trascorrervi un semestre di studio col programma Erasmus. Ecco le regole d'oro di Eurogeneration (da discutere nei commenti of course) per trascorrere un periodo indimenticabile ed utilissimo.  La foto che segue mi ritrae durante lo splendido anno trascorso a Strasburgo. (Alle mie spalle la campagna della lingérie Aubade con le "lezioni" per le donzelle in piena regola)



Lezione n° 1
Integratevi...
A Roma la chiamavano la mafia spagnola. Mi riferisco a queste carovane di ispanici che errano a gruppi di quaranta persone il sabato sera (senza  poi trovare un pub abbastanza capiente per tutti loro) per poi ritrovarsi nel solito, tristissimo botellon "ché-poi-tanto-stamo-a-pancia-piena-ché-Maria-ha-fatto-la-tortilla-de-patatas". Lo so perché sono stato l'unico infiltrato italiano in uno di questi grupponi a Roma. Vi prego, no. Anche gli italiani, fieri del loro bidet e delle fettuccine di mamma, sono particolarmente a rischio della sindrome della tortilla.
L'ideale per legare con i locali:
  • Vivere in appartamento con persone del luogo (meglio se studenti)
  • Partecipare alle attività sportive organizzate dall'università
  • Andare a lezione (almeno ogni tanto) :-)

Lezione n° 2
...ma conservate l'accento
Integrazione non vuol dire assimilazione. Pretendere a tutti i costi di parlare la lingua degli autoctoni "senza accento" non serve a niente. A parte a ridicolizzarvi. Tanto ce l'avete scritto in faccia da dove venite. E tanto vale, quindi, coltivare un pizzico di diversità che è esotica e non guasta. Organizzate una serata gastronomica per far scoprire la vostra cucina. Fate conoscere la vostra musica (con o senza strimpellamenti). E chi più ne ha, più ne metta. Durante il mio Erasmus a Strasburgo, a me che cercavo di scimmiottare il francese di Molière una ragazza niente male mi disse: "ma il nostro accento, sui ragazzi, fa molto gay: meglio la cadenza italiana!". Come darle torto?

Lezione n° 3
Giudizi sul paese di accoglienza: attenti alle opposte sindromi
Quanto a giudizio della città nella quale vivete, attenti a non inciampare nelle opposte sindormi dell'idealizzazione o del "sì, però da noi è un'altra cosa". Cogliete le sfaccettature, non accontentatevi di idee, ideologie "prêt-à-porter". E ricordatevi di non esser presuntuosi nel voler abbracciare un paese intero nelle vostre analisi: se siete a Parigi, parlate di Parigi, non della Francia. Forse in Corsica o sui Pirenei le cose non stanno esattamente così. Sono in tanti infatti che si lasciano ammaliare da una realtà affascinante spesso più perché vissuta in Erasmus che per meriti inconfutabili. Quel che per noi è il paradiso, per i locali può esser l'inferno. Così come è segno di chiusura mentale l'insopportabile, continua e petulante lamentela sulle persone che ci accolgono che (nell'ordine):
  • La pasta non la sanno fare
  • Non sanno cosa sia l'igiene
  • Sono freddi e troppo nordici (oppure troppo calienti e "terrones")

Lezione n° 4
Viva le attività extracurriculari
Ti piace il giornalismo? Contatta subito il giornalino dell'università per partecipare! Vuoi darti da fare nel sociale? Di attività caritatevoli ce ne sono a bizzeffe in qualsiasi città del Vecchio Continente! Non pensare che le conoscenze, la pratica della lingua e quant'altro siano unico appannaggio delle pur sempre scoppiettanti serate Erasmus. Costruire qualcosa quando si sta fuori, è un'esperienza indelebile. Parola di uno che durante l'Erasmus ha lanciato con tanti altri ragazzi di tutta Europa un sito chiamato cafebabel.com ;-)

Lezione n° 5
Non restate inviluppati nella vostra realtà di origine
Spesso si arriva in Erasmus con affetti e legami fortissimi con la madrepatria. Ebbene, il modo migliore per perderli è di restarvi avvinghiati tornando "a casa" (ma poi cos'è la casa? leggi l'articolo) ogni due mesi; sentendovi al telefono tre volte al giorno (dosate i vostri racconti entusiasti, all'altro capo della cornetta, o di Skype, non sempre si apprezza); o restando mentalmente allo status MSN "in linea" anziché "assente". Insomma, buttatevi a precipizio nella nuova realtà; gustatela fino in fondo, consci della vostra differenza, animati dalla dantesca curiositas, radicati nel proprio DNA ma protési come un quercio. Verso il cielo del (vostro) futuro.

Buon Erasmus a tutti!

Tuesday, January 8 2008

Napolistan

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Dopo l'omicidio della Bhutto, L'Economist dice che il posto più pericoloso del mondo è il Pakistan. Ma, con 115.000 tonnellate di rifiuti a cielo aperto, scontri tra polizia e facinorosi, uomini politici sotto accusa... siamo sicuri che non sia Napoli? E allora cerchiamo di riflettere insieme. Quali le responsabilità? Come si gestisce l'emergenza rifiuti negli altri paesi europei? Dove nasce la "peculiarità" napoletana? Il blog Eurogeneration e la rivista europea cafebabel.com aprono il dibattito. Con una provocazione. E' un modo per dire basta ma per farlo a modo nostro, da post-napoletani quali siamo, e-migranti e babeliani. Ma senza perdere ironia e sarcasmo.

Per guarda in faccia la realtà napoletana ecco una video-inchiesta di La7:

Monday, January 7 2008

Quel pizzaiolo col passaporto nella testa e il dovere di noi e-migranti

Massimo fa il pizzaiolo a Parigi dal 1970. All'epoca ci voleva il passaporto per viaggiare tra Francia e Italia. Anzi, per "immigrare". Sì, perché gli spostamenti erano molto più definitivi di oggi. Ma, nella testa di Massimo, il tempo sembra essersi fermato. "Napoli? Ci torno ogni due-tre anni. Ma ogni volta non posso restarci più di una settimana. L'ultima volta non ho trovato nessuno, le strade dei Quartieri Spagnoli sembravano deserte. Poi mi hanno detto che erano tutti stati arrestati".

Il suo caso sarà forse estremo ma, per tanti immigrati, la libertà di circolazione per le persone, Schengen, l'Euro, i voli low-cost, le comunicazioni iperveloci, skype - insomma, un ventennio di eurevolution & globalizzazione - sembrano non essere mai esistiti. Nulla a che vedere con chi oggi, per scelta o per necessità, decide di spostari, viaggiare o e-migrare. Sì, siamo proprio degli e-migranti, dove la "e" molto trendy fa rima con "e-mail" ed è solo una lontana reminiscenza dell'"ex" latino cui deve l'etimologia.

Ma torniamo al nostro Massimo. Mentre impasta le pizze con una maestria tutta partenopea (peccato che la "mozzarellà" resti francese e molto poco D.O.P.), canta canzoni napoletane degli anni Cinquanta alla perfezione ma anche un'appassionante Laura Pausini d'annata ("Marco se n'è andato...") e un Eros Ramazzotti col solito, immancabile raffreddore di serie ("Ed ho imparaaaatoo che nella vitàààà..."). Eppure l'italiano lo mischia al francese come e più di quel salatissimo-pomodoro-senza gusto che amalgama come può a carciofini tutti-aceto e niente profumo appena usciti da qualche scatolume made-in-non-so-dove. A Natale, per sfottò, mio padre mi ha regalato un dizionario Garzanti perché dice che l'italiano l'ho dimenticato (anzi "scurdato"). Ma i suoi errori - me lo riconoscerai, papà, la prossima volta che, per vendetta, ti ci porterò, chez Massimò - rispetto ai nostri di e-migrati sono enormi, grandi quanto un bel forno a legna dei nostri.

E se Massimo si iscrivesse alla community di cafebabel.com, leggesse corriere.it, vedesse il Festival di Sanremo (è vero, è un po' deprimente) o si togliesse lo sfizio di un weekendino a Venezia con una low-cost per vedere l'Italia da un'altra angolatura... non sarebbe meglio? Se tutti i nostri immigrati - e parlo anche degli spagnoli di Francia, dei portoghesi, dei turchi di Germania - restassero in collegamento con la dimensione europea, forse noi dell'eurogeneration avremmo degli impensabili alleati nella nostra battaglia per far passare un modus pensandi europeo, babeliano, perché diverso da chi l'Europa non la vuole e anzi la combatte.

Quindi, cari lettori di Eurogeneration, la prossima volta che, voi e-migranti o ex tali, vedete un vero emigrante fate una cosa sola: tentatelo, ditegli che il mondo è andato avanti e che è più bello misto e meticcio. Babelizzatelo.

P.S. Mi torna in mente l'immagine di un altro pizzaiolo... :-)

N.B. Massimo e chez Massimò sono dei nomi fittizi.

Foto di Veronica ArtMusic

Sunday, December 23 2007

Caro Galasso, (nun) scurdammece ‘o passato del Risorgimento

Non torno spesso nel mio Sud. Ma quando capita – come durante questa pausa natalizia – non posso non osservare la realtà, spesso fatiscente, che attanaglia le menti. I mali della mia terra non si riducono al racket e alla Camorra, all’apatia della pubblica amministrazione e alla fuga dei cervelli. C’è di più. Mi riferisco all’incoscienza storica.

In un articolo dello storico Giuseppe Galasso, pubblicato oggi sul Corriere del Mezzogiorno, l’autore lamenta lo scarso interesse registrato, nell’anno che si chiude, per il bicentenario della morte di Giuseppe Garibaldi, uno dei principali artefici dell’unità d’Italia. Galasso punta il dito contro “l’ennesima giaculatoria borbonica” fustigando una pretesa alterazione del passato, nell’odierna società meridionale, volta a demonizzare il Risorgimento accusato, tra l’altro, di aver frenato lo sviluppo del Sud, “trattato come paese vinto” dai Savoia. Il celebre storico conclude sperando che “nasca una coscienza europea che sciolga i nodi irrisolti delle storie nazionali europee di cui la questione meridionale italiana è certo uno dei casi massimi”. Insomma, “basta piangerci addosso” – sostiene Galasso – “scurdammece ‘o passato; pensiamo al futuro”.

Benissimo. Ma non ci sembra proprio che nel Sud Italia si sia arrivati a un eccesso di memoria storica. Anzi. Nelle scuole nostrane si insegna ancora l’Unità come la chiave di volta del destino nazionale, l’inizio delle magnifiche sorti e progressive, il trionfo della ragione sulla barbarie borbonica.

La realtà è un’altra. Il Regno delle Due Sicilie dell’Ottocento poteva vantarsi della prima tratta ferroviaria d’Italia e dei primi scavi archeologici al mondo. Era l’unico Stato del Vecchio Continente senza coscrizione e viveva di un commercio florido coi paesi del Mediterraneo. Napoli era la terza città d’Europa per popolazione e vita intellettuale e, non a caso, aveva visto scoppiare la prima “rivoluzione francese” nel 1799 guidata – udite, udite – da una donna (Eleonora Pimentel Fonseca).

Cosa portò l’Unità d’Italia del 1861? Barriere tariffarie con l’estero per servire gli interessi dell’industria pesante piemontese – e che avrebbero schiacciato l’economia del Sud, prima apertissima al commercio estero. Una pressione fiscale estenuante che avrebbe raggiunto il suo acme con la tassa sul macinato del 1868. Un servizio militare obbligatorio di cinque-anni-cinque che avrebbe spinto orde di giovani verso il brigantaggio. Migliaia di soldati del nuovo Regno che non parlavano le lingue del Meridione e che, con la Legge Pica del 1863, applicarono la legge marziale per sedare le rivolte anti-Savoia. Per non parlare del fenomeno controverso dei campi di concentramento per meridionali.

Insomma l’Unità mise in moto una spirale ottusa di odio, sottosviluppo sociale e depressione economica che diede vita all’emigrazione di massa, alla mafia e alla “questione meridionale”.

Non si tratta di cedere a facili nostalgie e rimpiangere il regno borbonico. Ma di prendere coscienza della nostra storia. Anche perché le nuove generazioni possano giocare un ruolo fondamentale nel nostro tempo.

E l’Europa? Non possiamo non concordare con Galasso: la coscienza europea è fondamentale per rilanciare il Sud Italia. E in qualità di fondatore del primo media paneuropeo, cafebabel.com, non potrei dire il contrario. Nel resto del Vecchio Continente, però, - penso alla Catalogna, alla Corsica o alla Bretagna – essa non serve a dimenticare il passato. Ma a contestualizzare, riconoscere i mali della nostra storia – fatta anche di sangue, repressioni e intolleranza – per poter ripartire su basi nuove. Bisogna valorizzare le lingue e le culture locali e immaginare nuovi equilibri transnazionali capaci di archiviare l’esperienza ormai anacronistica dello Stato Nazione. E costruire un’Europa della diversità protesa verso il futuro. E cosciente della sua storia.

Thursday, December 13 2007

Macchina da scrivere addio per i giornalisti. Nel 2008

L'informazione è surreale. Quando Monica, una brillante babeliana che ha lavorato qui in redazione me lo disse in estate, non ci credevo. Durante l'Esame di Stato per i giornalisti - sì, in Italia, la legge sulla stampa di stampo (e origine) fascista esiste ancora - i candidati debbono usare la macchina da scrivere. Sì, proprio quell'arnese rumoroso e quasi introvabile.

Ora la Commissione Cultura della Camera ha approvato la proposta di legge di Pino Pisicchio (presidente della Commissione Giustizia) che abolisce l'uso della macchina da scrivere nell'esame di stato e introduce l'uso del personal computer. Benvenuti nell'era digitale, signori giornalisti!

Ma al di là di questa simpatica novità perché non pensiamo ad abolire l'Ordine dei giornalisti? Durante la trasmissione di France Inter, Transeuropéennes, cui ho partecipato un paio di settimane fa, si parlava di tesserini per giornalisti e si notava che l'Italia restava l'ultimo paese col Portogallo ad avere un ordine. E poi, ora che il simbolo di quel giornalismo polveroso e démodé è ormai andato, a cosa serve l'ordine?

Foto di Mark_66it

Friday, December 7 2007

Omicidio Meredith, basta con la fatwa anti-Erasmus

Avviso ai naviganti: l'Erasmus è pericoloso, gli studenti a rischio depressione e talora suicidio. Questa la fatwa scagliata dalle colonne di Repubblica da Ilvo Diamanti e benedetta da Eugenio Scalfari su L'Espresso. Diamanti fustiga la "gioventù apolide" responsabile del contesto sociale nel quale sarebbe stato perpetrato l'omicidio della studentessa inglese Meredith a Perugia.

Per Diamanti il capoluogo umbro è il simbolo di quei centri che i malvagi studenti Erasmus hanno sfigurato, trasformandoli in non-luoghi privi di "istituzioni, regole, autorità". "Nelle città universitarie (...) gli studenti sono "popolazione" di passaggio. Non hanno radici locali. Né la prospettiva di restarvi per la vita. Pagano affitti alti per un appartamento condiviso con altri studenti. Non lo possono percepire come casa propria."

Ma lo sa Diamanti quanti studenti, dopo l'Erasmus, tornano nel paese nel quale hanno trascorso l'anno più bello della loro vita e spesso, come nel mio caso, ci lavorano, si sposano e costruiscono un futuro spesso impossibile in paesi - quelli sì - depressi come l'Italia?

Ma Diamanti non si ferma. Gli studenti "apolidi" sono privi di "vincolo sociale e comunitario. Perché non sono una società e neppure una comunità. Ma una umanità immersa in relazioni, in larga parte, transitorie. Fitte ma senza impegno."

Questo è davvero troppo caro e preziosissimo Diamanti. Se non dovesse saperlo grazie al programma Erasmus - 1,5 milioni di studenti dal 1987 - sono nate solide amicizie, amori profumati e, spesso come nel caso di mia moglie, francese sonosciuta alla Luiss di Roma, i pancioni dell'avvenire. Grazie all'Erasmus eserciti di giovani possono finalmente sprovincializzare le loro esistenze, imparare una lingua straniera e - contrariamente a quanto da lei affermato - sentirsi a casa all'estero.

Se su 1,5 milioni di persone ce n'è una che viene uccisa non vuol dire che l'esperienza studentesca più entusiasmante dei giorni nostri debba essere demonizzata. Vuol solo dire che è un'esperienza ormai generalizzata e che, fortunatamente, sta democratizzandosi. Che i sacerdoti del tribalismo e dei bei vecchi tempi "quando si poteva restare tutti tra italiani" possano tacere. Il mondo va avanti e tant mieux.

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Monday, October 15 2007

[Blog action day] Siamo o non siamo una generazione impegnata?

Siamo o non siamo una generazione impegnata? La domanda nasce spontanea quando si pensa, da un lato, al crescente impegno per il Pianeta tra i giovani e, dall'altro, al paragone con la generazione dei nostri genitori. Il Blog action day, quest'anno dedicato all'ambiente, è l'occasione di fare il punto sull'impegno, anche al di là delle cause ecologiste.

Il proliferare di ong, appelli, manifestazioni, concerti (da ultimo il Live Earth), al giorno d'oggi, non basta. Quel che cambia tra i giovani d'oggi è la maggior coscienza dei problemi del pianeta, che rispetto al '68, è più concreta. Certo manifestare nel maggio '68, magari mettendosi in posa per un fotografo (come accadde per la foto qui sopra) o partecipare a un raduno di figli dei fiori, è molto più sexy che andare a fare volontariato in Africa, impegnarsi nell'associazionismo o ancora partecipare ad iniziative civili on-line come questo Blog action day (il cui logo è provocatoriamente affiancato all'icona sessantottina).

Certo scagliare sampietrini contro la polizia a Boulevard Saint-Michel risulta sempre più trendy che essere consumatori responsabili, non lasciare il caricabatterie del cellulare nella presa o, ancora, battersi per il diritto di voto degli immigrati residenti. E non mi riferisco solo ai piccoli gesti quotidiani in contrapposizione con i massimi sistemi dei nostri genitori. Penso anche, in un altro registro, ad iniziative per l'Europa federale o alle tante associazioni che cercano di avvicinare e (re)mixare i paesi del Vecchio Continente. O a fare dell'Erasmus un'occasione per ridisegnare la mappa della tolleranza e dell'apertura.

Perché non è vero che siamo la generazione X, che non crediamo in niente, che siamo individualisti e punto. La generazione precedente era senza dubbio più politicizzata ma non per questo più impegnata della nostra.

 

Post Scriptum (sulla politicizzazione). Sul mio comodino in questo momento c'è Cuori neri, un bel volume di Luca Telese sui morti “neri” degli anni di piombo. Nella sola Roma a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta ci furono ben cento delitti politici, vittime della tensione tra estremisti fascisti e comunisti. Nella capitale un terreno di lotta tra i più infuocati fu proprio il quartiere Trieste-Salario, dove ho studiato per tre anni. La memoria corre alle serate passate di fronte alla gelateria di Piazza Trieste (indimenticabile il gusto aranciotto, cioccolato con scorze d'arancio). E solo ora capisco il senso di quella scritta campeggiante in cima alla gelateria sul muro del palazzo: “Paolo vive” seguita da una croce celtica. “Paolo” era “Paolo Di Nella”, il militante – fascista ed ecologista (!) – barbaramente ucciso il 9 febbraio 1983 mentre attaccava manifesti per il recupero di un giardino pubblico. Adesso quei tempi di politicizzazione estrema e, spesso, estremista, di barbarie e terrore sono finiti. E sotto quella scritta è successo anche che, nel 2000, con Nicola Dell'Arciprete si parlasse di come scuotere le menti addormentate dell'opinione pubblica italiana creando un media transnazionale che desse spazio alla nostra generazione. Oggi quel giornale esiste e lo state leggendo. A chi scrive piace pensare che anche questo è impegno.

Sunday, October 14 2007

Francia-Inghilterra: la mia prima partita di rugby

Canoa, golf, tiro con l'arco. Prima di vivere questo mondiale malgré moi, per me il rugby era uno sport come un altro. Non un fenomeno sociale, capace di tenere col fiato sospeso milioni di persone (ieri erano 18 solo in Francia!), coi pub pieni e i media che non parlano d'altro. E così, dopo esser riuscito ad ignorare il girone eliminatorio (qui chiamato "poule", gallina, bah!) e i quarti, ieri - una coppia di amici franco-inglese oblige - ho passato la serata a guardare Francia-Inghilterra. La semifinale è stata equilibratissima e, con mia grande sorpresa, appassionante.

Abituato agli 0-0 del calcio, bisogna riconoscere che la palla ovale (familiarissima per noi calciatori della generazione del "malleabile" pallone Super Santos) diverte. Questi energumeni che si spupazzano, corrono come lepri e soprattutto non fanno scenate appena sfiorati come femminucce di inzaghiana memoria, sono simpatici. Insomma, la mia prima partita di rubgy è stata una bella esperienza. Vissuta con la famosa coppia franco-inglese, certo (lui babelblogga di rugby), ma anche con una ispano-bostoniana in cui lei, una giornalista appena arrivata a Parigi, tifava England e lui pure ma non lo diceva abituato alle liste di proscrizione del calcio (ma nel rugby, dicono, i tifosi non si scannano). Ad innalzare il livello alcoholico della serata, poi, degli irlandesi di Belfast amici miei che, ovviamente, tifavano Francia. E un sivigliano con la bandiera francese disegnata sulle guance.

Insomma, bello il rugby. Soprattutto perché il pub era popolato delle due fedi rugbistiche, senza linee Maginot tipiche del calcio. E, incredibile ma vero, alla fine i vittoriosi inglesi consolavano i francesi. Che, comunque, non sanno perdere. Questo è vero in tutti gli sport :-)

 

P.S. dalla regia mi dicono che poule è invece pool... piscina?? mi aiutate?

Foto di Manuel MC/Flickr.com

Tuesday, October 9 2007

Italiani bamboccioni, colpa di chi?

"Mandiamo i bamboccioni a casa". Padoa Schioppa, Ministro delle Finanze italiano, non usa mezzi termini per scuotere la platea del Parlamento al momento di annunciare gli sgravi contenuti nella Finanziaria per favorire i giovani nell'affitto di una casa.

 

"Bamboccioni". Ma, signor Ministro:

 

  • Quanti di noi hanno rischiato di divenire zavorra per i propri genitori a causa del sistema Italia e della gerontocrazia che imperversa nel nostro Brutto Paese?

 

  • Quanti di noi, dopo un'esperienza all'estero troppo effimera, non sono tornati nel nido familiare, non certo per scelta?

 

  • E quanti di noi vivono (o hanno vissuto) in un altro Paese europeo grazie ai mitici bonifici che ci tolgono le castagne dal fuoco quando la pizzeria per la quale lavoriamo la sera ci licenzia perché gli esami non ci fanno fare le ore piccole?

 

Quindi, caro Ministro, è vero che siamo una generazione di bamboccioni, ma la colpa non è né nostra, né come ha poi precisato della generazione del 68 ("troppo permissiva") ma di un intero Paese che considera "giovani" i quarantenni, che è imbevuto di corruzione e che, ogni giorno, sprofonda nel declino.

Sunday, September 30 2007

Vado o torno? Il dilemma del migrante

Ormai è un rito. L'aereo deve prima fermarsi e poi, mentre gli altri si precipitano alle cappelliere, estraggo la scheda francese e la sostituisco con la sim italiana (Omnitel, ricordate?). Ricorda gli alzabandiere, quando un paese sostituisce un altro nelle forze internazionali.

Rieccomi qui. Napoli, aeroporto di Capodichino. Bentornato, mi dicono gli amici. Ma nella terra di origine si va o si torna? Tra noi babeliani, figli (nomadi) della eurogeneration le scuole sono due. C'è chi segue la ragione: ormai la mia vita è a Parigi, mi sforzo a dire. Io vado a Cava. E c'è chi si lascia scappare un torno, spesso percepito come simbolo di debolezza, come se il viaggio prima o poi dovesse finire nell'Itaca che tutti noi un po' coltiviamo dentro. Serbandone il ricordo, parlandone il meno possibile, mitizzandola sempre.

Per anni ho voluto dire io vado a Cava, non ci torno. Sono ormai quasi dieci anni che non ci vivo. A Parigi abito da cinque anni, sto mettendo radice. Ma poi posso usare lo stesso verbo - andare - che uso per tracciare la mia rotta per Tallinn o La Havana? Forse lo inventeremo, un giorno, un "verbo di movimento" vero e proprio, figlio bastardo dell'andare e del tornare.

P.S. Scusate, rincuoratemi: sono l'unico a farsi queste paranoie?

Thursday, September 27 2007

Tutti in rosso venerdì per la Birmania

 

Questo blog sostiene la campagna: tutti in rosso per la Birmania. Venerdì 28 settembre indossiamo una maglia rossa oppure esibiamo un fazzoletto rosso a sostegno del coraggioso popolo Birmano. Via e-mail, su Facebook grazie all'iniziativa del mio amico Enzo, nei forum...

 

La eurogeneration e questo blog sostengono gli sforzi del popolo birmano che lotta contro una dittatura spietata con la quale tantissime aziende del Vecchio Continente fanno affari.

Wednesday, September 26 2007

Euro, Turchia "tagliata" dalle monetine

La Turchia è europea o no? Lo scontro ai vertici delle istituzioni europee, per una volta, non si è cristallizzato in (spesso vuoti) dibattiti filosofico-geopolitici. Ma a suon di documenti PDF. All'ordine del giorno: la veste grafica dei nuovi euro dell'allargamento.

 

Da un lato, la Commissione Europea che propone di includere il paese anatolico nella "cartina" del continente (nell'immagine a destra). Dall'altro il Consiglio dei Ministri (che rappresenta gli Stati) che, discretamente, la "taglia" (nell'immagine a sinistra). Vedere (anche gli allegati) per credere.

A rivelarlo gli eurodeputati radicali Cappato e Pannella che hanno chiesto la rimozione delle monetine anti-turche dalla circolazione. Sì perché negli euro dei primi paesi membri che abbiamo tutti in tasca c'è un pezzettino di Turchia. Mentre in quelli entrati in circolazione in Slovenia, entrata in Eurolandia il 1° gennaio, la Turchia è sparita. Secondo il diktat del Consiglio. Ora i radicali chiedono di ritirare 31 miliardi di monetine da sostituire progressivamente. Riusciranno i nostri eroi...?

Ma al di là delle monetine cosa pensare dell'ingresso della Turchia nell'Ue? Per il momento nulla è deciso, i negoziati continuano e il forum di cafebabel.com si infiamma. Qui posso dire solo che durante il mio anno Erasmus ho conosciuto un caro ragazzo di Istanbul, Dogan Mert che saluto, e non posso dire che mi sentissi più lontano dalla sua cultura che da quella - chesso' - tedesca o svedese. Ragazzi, a me sembrava un po' napoletano...

Del resto, come ci racconto' Erri De Luca l'identità mediterranea spesso prevale su quella europea. Ma questo è un altro discorso... O no?

 

Tuesday, September 25 2007

Fa' una domanda a Roberto Saviano

Roberto Saviano è l'autore di Gomorra. Il primo a fare nomi e cognomi, a denunciare la fetta meno visibile della Camorra napoletana, quella che si annida a Scampia e dintorni, quella del clan dei Casalesi.

Nei prossimi giorni lo intervistero' per cafebabel.com. Ma sicuramente qualche stralcio di intervista, il dietro le quinte, lo raccontero' anche al popolo di Eurogeneration (a proposito la settimana scorsa siamo stati il babelblog più visitato).

Intanto voglio chiedervi cosa chiedereste a Roberto Saviano. "Perché lo chiedi su Eurogeneration", mi chiederete voi? "Qui si parla di Erasmus, di belle esperienze..." Ebbene Roberto Saviano non solo è nostro coetaneo ma, come pochi, ha colto la dimensione transnazionale, europea e spesso globale del fenomeno Camorra. Indimenticabili i passaggi del suo best-seller in cui traccia la linea che dall'hinterland napoletano schizza via verso Aberdeen, deliziosa cittadina scozzese nella quale proprio la criminalità organizzata ha investito fior fior di quattrini in progetti turistici, alberghi e quant'altro. E proprio in questo momento Saviano è impegnato in una tournée che lo sta portando in Francia, Germania e Svezia per la promozione del suo libro. Aspetto quindi, come al solito tra i commenti, le vostre idee, i vostri spunti. Alla prossima.

Saturday, September 15 2007

Depressione post-Erasmus

Settembre. Tempo di arrivo per i 400.000 studenti europei che stanno piantando tenda in una delle centinaia di città universitarie teatro del progetto Erasmus. Ma anche, ahi loro, tempo di ritorno (alla routine) per i circa 350.000 che hanno vissuto, nel passato anno accademico, un'esperienza che, nella stragrande maggioranza dei casi, ti trasforma la vita. Almeno per un anno (o un semestre). Sì, perché poi si torna alle vecchie abitudini e può scattare la «depressione post-Erasmus».

Immettendo l'espressione su Google non salta all'occhio nessun sito di psicologi (o presunti tali). Ma mi sono (re)imbattuto nell'imbattibile tesi di laurea di Fiorella de Nicola sul tema «Antropologia dell'Erasmus. Partire studenti, vivere sballati, tornare uomini». Saranno gli scherzi del destino, ma io e Fiorella – ad Alicante nell'anno accedemico 2004/05 – siamo originari della stesso posto, Cava de' Tirreni. (Mi sono divertito a fare un collage delle due città. Anche bella la nostra ma Fiorella non avrebbe scritto le stesse cose se fosse partita a Helsinki?)

 

 

In ogni caso la prosa della mia conterranea è azzeccatissima quando dipinge l'ingenuità di chi vive gli ultimi giorni di un'esperienza erasmiana:

«Non ha idea che in patria lo aspetta la "sindrome del post-Erasmus". Non sa che casa sua gli sembrerà bruttissima, la città freddissima (o di un caldo insopportabile), l’università noiosissima, la tv squallidissima, gli amici scontatissimi, insomma gli verrà una depressione grande quanto un grattacielo di Kuala Lumpur. Avrà un rigetto per tutto ciò che non sia Erasmus. La sindrome la vivono tutti, però con intensità e durata differente. Ed essendo una sindrome è una condizione passeggera, qualcosa che può, anzi deve, durare un po’. Ma deve anche finire altrimenti si sfonda il muro del patetismo».

 

La sua riflessione sul senso della parola identità ci convince:

«Insomma ci aspetta un’esistenza da "disadattati", da apolidi. E non perché non abbiamo una patria (sì, quella della pomposa retorica politica). Ma perché ne avremo due. O più di due. La nostra, quella dove siamo nati e cresciuti. Quella che ci ha "adottato" per un semestre o due. Quella dei nostri amici: tedeschi, francesi, portoghesi, messicani, inglesi, scandinavi, americani, canadesi: le loro case ad Alicante erano le nostre. E per non so quale proprietà transitiva anche un po’ dei loro paesi, della loro cultura, dei loro amici è diventato, in parte, nostro. 'Sta bufala dell’identità europea non è tanto una bufala.»

 

Sarà vero? E come fare per uscire dalla depressione post-Erasmus? Eurogeneration apre il dibattito. A voi la parola, nei commenti.

Foto Pedro Prats Michael Khoo/Flickr.com

Saturday, July 7 2007

Italiani all'estero: eurogeneration o immigrati?

La condizione dell'italiano all'estero è peculiare. Perché, in genere, l'espatrio vissuto dai nostri conterranei non è semplice sinonimo di curiosità, voglia di viaggiare e nuova frontiera. Come lo è per la stragrande maggioranza dei giovani che dall'Europa occidentale oggi investono le capitali del Vecchio Continente per studiare e lavorare grazie alle nuove, favorevoli condizioni della mobilità made in EU.

Spesso, invece, il giovane italiano che decide di partire, lo fa per necessità. Per delusione. Per dire 'no' a un sistema clientelare o, peggio ancora, clanico e in ogni caso gerontocratico. Quello che vige, intatto, almeno nel Meridione e comunque incancrenisce l'insieme del sistema Italia. Un sistema - non per forza parente di quel che Roberto Saviano in Gomorra definisce 'o sistema - che annichilisce l'iniziativa individuale, che disconosce la meritocrazia e boccia (spesso emarginando, en passant) i creativi.

Le storie degli italiani all'estero (di noi italiani all'estero) sono storie di chirurghi stanchi di non imparare niente nella madrepatria perché "all'ospedale, tanto, il professore insegna solo a figli e nipoti" come mi confessava giorni fa un amico ("impara l'arte e mettila da parte", giusto?). Sono storie di giornalisti che non ne vogliono sentir parlare di una gavetta di vent'anni promessa dal sistema nostrano e che, in Francia, a 22 anni, si permettono già di firmare reportage. Sono storie di venditori di mozzarelle di bufala che preferiscono girare per Parigi come una trottola ogni santo giorno anziché elemosinare lavoretti sottopagati, precari e più o meno "sporchi".

I volti dipinti dall'obiettivo di Andrea Decovich e Valentina Maccarinelli non sono quelli di queste storie. O almeno di quelle appena abbozzate. Sono i volti di chi Parigi la ama, di chi vi porta il sole dei propri sogni. E la passione di chi vuole farsi da solo. Ma sa pure che il proprio Bel Paese (bello, bellissimo), quello della crescita zero e delle pensioni che ci sogneremo, più tanto bello non è. O no, caro lettore?

© 2007 Decovich&Maccarinelli/ PhotoCast.org

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